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CATEGORIA MUSICA
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2 marzo 2026
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Sanremo 2026: I Malavoglia
di Dario Cordovana
Dopo il grande successo delle edizioni precedenti non doveva rappresentare un problema organizzare il Festival del 2026: il direttore artistico e presentatore lo avevamo già, Carlo Conti, al suo quinto festival. Il meccanismo del Festival precedente appariva oliato e ben rodato, bisognoso solo di continuità ed eventualmente qualche piccolo correttivo. Eppure fin dall’inizio ci sono degli intoppi: il Comune di Sanremo non dà per scontato che la RAI sia l’ente scelto per la trasmissione televisiva dell’evento. La RAI dal canto suo si guarda in giro, ipotizzando di organizzare il Festival altrove (si parla di Torino). Dopo qualche mese di incertezze tutto rientra. Carlo Conti è quindi libero di lavorare al suo quinto Festival. Prova a contattare dei big conclamati della canzone (gente che finisce regolarmente nelle classifiche ed è gradita ai giovanissimi, oppure big storici della canzone). Pare che però Carlo riceva soltanto dei rifiuti. Del resto il Festival è da sempre utile a chi ha bisogno di un rilancio, ma per chi popolare lo è già può rappresentare un rischio. All’inizio Conti si tiene basso parlando del numero dei partecipanti. Alla fine, saranno forse i condizionamenti delle varie case discografiche, ci si accorge che il numero è rimasto di trenta big, tutti da ascoltare la prima sera. Lo stesso conduttore mette le mani avanti, dicendo che questo sarà il suo ultimo Festival. Nella serata finale avverrà poi un vero e proprio passaggio di consegne con Stefano De Martino. Una volta appurato questo ci si concentra sui partner di Conti sul palco. Quando viene annunciato il nome di Laura Pausini co-conduttrice per tutte e cinque le serate la cantante viene subito demolita dai social. In effetti Laura non ha fatto molto negli ultimi tempi per risultare simpatica: prima si è rifiutata di cantare “Bella ciao” in quanto canzone troppo divisiva (capirai…) e si è alienata le simpatie della sinistra, poi è finita in una polemica con Gianluca Grignani che l’ha accusata di non rendere abbastanza giustizia a una sua canzone che lei aveva inciso, infine aveva interpretato l’inno di Mameli alle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, ma alla sua maniera, cioè per i suoi detrattori, male. Quando esce il cast nei social si dichiarano quasi tutti insoddisfatti. Ma ascoltiamo le canzoni, almeno, no? Molti giurano che a causa della Pausini, del cast insoddisfacente, del premio alla carriera dato tra gli altri a Mogol, di Carlo Conti stesso, non guarderanno il Festival. Insomma sembra che il Festival quest’anno non lo voglia nessuno. Le prime due serate in effetti perdono tre milioni di spettatori, poi l’epidemia si frena. Sarà stata la concomitanza della Champions League? Alla fine che Festival è stato? Rispetto al 2025 c’è stata una maggiore varietà nelle proposte e una minore ricerca dei tormentoni. Vince il napoletanissimo Sal Da Vinci, acclamato fin dalla prima serata come un eroe nazionale, di misura sulla rivelazione Sayf, uno che tiene la scena come un consumato veterano e ha fornito una delle più convincenti esibizioni nella serata delle cover. Terza si è classificata Ditonellapiaga, da scrivere tuttodiseguito e da pronunciare rapidissimamente come tutte le parole infilate dalla cantante nella sua “Che fastidio!” (premiata per la migliore musica). Siccome adesso il podio è di 5 artisti, diciamo che Arisa (una che invece oltre a interpretare bene i pezzi che le vengono affidati, le parole le fa capire benissimo) è arrivata quarta e solo quinti Fedez e Masini che speravano davvero di vincere. “Male necessario” ha vinto il premio come miglior testo, ma la vittoria a Sanremo è rimasta lontana, anche perché costruire una canzone per vincere il Festival e poi riuscirci, oggi, sono due cose davvero distinte e separate. Il premio della critica intitolato a Mia Martini invece se l’è preso Fulminacci, vestito, come avrebbe detto Paolo Villaggio, come un messo comunale, e che per la serata finale ha invece tolto dall’armadio il vestito delle grandi occasioni. Tanta eleganza è servita per presentare “Stupida sfortuna”, giunta settima, ma che probabilmente canticchieranno in molti. Ermal Meta è stato tra i pochissimi a parlare nella sua canzone di un argomento di attualità. La sua “Stella stellina”, che parla di una bambina che ha perso la vita nella striscia di Gaza, raccontata da un uomo che ritrova la sua bambola, aveva una musica un po’ troppo elementare (Watson), che però è servita a conquistare un più che dignitoso ottavo posto. Resta da vedere quanti se ne ricorderanno finito il Festival. La quota “anziani” del Festival era quest’anno rappresentata da Raf, finito diciottesimo e dall’indistruttibile Patty Pravo, ventiquattresima con “Opera” una canzone che Giovanni Caccamo le ha costruito su misura, esaltando più le note basse che quelle alte. Patty rimane una grande interprete e forse meritava di più. Chi dovrebbe invece essere ormai riconosciuta come grande interprete è Levante, sempre più sicura dei suoi mezzi e con una grinta che avrebbe fatto piacere a Mia Martini. Il risultato finale ha invece premiato maggiormente Serena Brancale, la più votata della prima serata, ma solo nona alla fine. Si è però goduta le standing ovation che il pubblico in sala le ha riservato e ha preso anche un paio di premi. Detto che dei rappers Nayt è forse quello che ha mostrato la personalità più interessante (ed è finito sesto), vorrei, in un mondo parallelo, che il mondo della musica italiana si accorgesse di Chiello, finito in un anonimo venticinquesimo posto, ma che si distingueva per un maggior uso delle chitarre negli arrangiamenti. Forse un po’ acerbo, ma ci si può lavorare. Questo ragazzo mi ha dato l’impressione di ascoltare musica bella. E questo conta, altrimenti ci ritroviamo poi Sal Da Vinci a vincere il Festival…

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2 marzo 2026
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