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Rimmel e dintorni (puntata n. 168)
di Dario Cordovana
Nel gennaio del 1975 Francesco De Gregori pubblica “Rimmel”. E’ il gran balzo verso la notorietà per il cantautore romano, fino ad allora un nome emergente che si era fatto notare nell’estate del 1973 con la sfortunata partecipazione a “Un disco per l’estate” dove la sua (poi diventata celeberrima) “Alice” era riuscita ad arrivare ultima, malgrado numerosi passaggi radiofonici. L’anno successivo, l’album “Niente da capire” ne consolidava le posizioni, con il brano omonimo adottato da una trasmissione radiofonica per giovani come “Supersonic”, poi nel 1975, con “Rimmel” il boom. L’album vola nelle classifiche di vendita, rimane in classifica addirittura per 60 settimane e vende oltre 500.000 copie. Quello era ancora un periodo nel quale i dischi, anche quelli più venduti, stavano nelle classifiche di vendita per qualche mese. Come si spiega questa improvvisa De Gregori-mania? Intanto nei due anni scarsi susseguenti “Alice” il panorama musicale italiano era cambiato. C’è sempre una larga fetta del pubblico giovane che sceglie l’impegno, in contrapposizione a quelli che sposano invece la causa del disimpegno puro. Solo che, con il fenomeno progressive che ormai comincia a mostrare la corda, i cantautori impegnati, meglio se di sinistra, cominciano a guadagnare terreno. Cos’ha in più però “Rimmel” rispetto ai precedenti dischi di De Gregori e anche rispetto agli album dei vari Guccini, De André, persino Venditti (tutta gente che per altro vende anche molto bene)? Prima di tutto la possibilità, nella promozione, di scegliere tra tanti brani validi e radiofonici. Che il singolo scelto sia “Rimmel” (con “Piccola mela” sul retro) è solo un dettaglio. La canzone che dà il titolo all’album è la prima che si sente in radio, ma poi le varie trasmissioni adottano ognuno la propria. Arbore e Boncompagni, ad esempio, nel loro seguitissimo programma “Alto Gradimento” (le cui scelte musicali in quel periodo facevano tendenza, tanto che si arrivava a scrivere nei 45 giri il nome della trasmissione che lo aveva lanciato) punteranno su “Pablo”, scritta con Lucio Dalla e guidata da un organo. E’ la storia della morte di un lavoratore spagnolo emigrato in svizzera, ma dovrà essere lo stesso De Gregori a spiegarlo, perché i testi di quest’album sono molto ermetici. Altre trasmissioni sceglieranno “Piano bar”, il pezzo che conclude l’album. Chi sarà il misterioso pianista di piano bar “che suonerà finché lo vuoi sentire”? Non il vecchio sodale Antonello Venditti con il quale De Gregori aveva diviso il suo primo album “Theorius Campus” nel 1972, è stato lo stesso Francesco a smentirlo. E per chi si fosse già abbastanza incuriosito dall’ascolto di questi tre pezzi “Buonanotte fiorellino” era un delizioso valzerino tutt’altro che di contorno, che magari non piacerà a tutti i critici, ma diventerà uno dei suoi pezzi più richiesti. A questo punto l’album te lo dovevi comprare, era sicuro che non si trattava della solita situazione con uno o due brani belli (e spesso famosi) contornati da riempitivi o da canzoni meno riuscite. E quando te lo compravi scoprivi tanti gioielli (quanti hanno imparato a suonare la chitarra con “Quattro cani” o la sempre cangiante e bellissima “Pezzi di vetro”? A questo proposito bisogna far menzione del bravissimo chitarrista e futuro cantautore Renzo Zenobi che dà più di una mano a Francesco. Da menzionare anche il gruppo italo-inglese dei Cyan che all’epoca, dopo aver tentato anche qualche singolo in proprio con moderato successo, erano diventati anche degli affidabili session men, e “Rimmel” è stato solo uno dei tanti album soprattutto di artisti della RCA a cui hanno collaborato). Un album anche contenuto nel minutaggio, visto che in totale non raggiunge la mezz’ora, nel quale la canzone più lunga (“Pablo”) non raggiunge i 4 minuti e mezzo, ma sono ben tre le canzoni che non raggiungono i tre minuti (“Buonanotte fiorellino”, “Piccola mela” e “Piano bar”), in contro tendenza non solo con i lunghi brani dei gruppi o degli artisti progressive (pensiamo ad Alan Sorrenti o a Franco Battiato), ma anche del suo collega Antonello Venditti che nel suo album “Lilly” dello stesso anno includerà persino un pezzo che sfiora i dieci minuti. Un album che ha cambiato profondamente la carriera di Francesco De Gregori consacrandolo come uno dei nostri maggiori cantautori. Se ne era già accorto Fabrizio De André che, sempre alla ricerca di nuovi collaboratori, lo scelse per il suo “Volume 8”. I due avevano già scritto insieme il testo di “Via della povertà”, tratta dall’album “Canzoni” (la musica è di Bob Dylan) e in questo nuovo album del musicista genovese la collaborazione produce quattro pezzi (“la cattiva strada”, “Oceano, “Dolce luna” e “Canzone per l’estate”), mentre “Le storie di ieri” è in comune con l’album “Rimmel” (ovviamente si tratta di due versioni differenti). Due sono le canzoni scritte da De André, “Giugno 1973” e “Amico fragile”, considerata una delle canzoni più personali di Fabrizio. Infine una “Nancy” (in originale “Seems So Long Ago, Nancy”) di Leonard Cohen che sarebbe stata bene su “Canzoni”. “Volume 8” verrà molto criticato dalla stampa contemporanea e considerato al massimo un album di transizione, per essere poi rivalutato in tempi recenti. Dopo quest’album De André non inciderà album in studio per tre anni, anomalia per l’epoca…

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