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Sanremo 1975 (puntata n. 167)
di Dario Cordovana
Malgrado qualche critico abbia a posteriori cercato di salvarlo, questo Festival nato male presenta pochi motivi di interesse. Non più passerella di big, diventa un calderone in cui trovano posto cantanti un po’ in disarmo e giovani autori che però non approfittano dell’occasione per farsi notare e anzi cercano di andare sul sicuro con canzoni quanto mai scontate e tradizionali. Nella prima serata apre “Il telegramma” di Piero Cotto che porta le firme illustri di Pallavicini e Donaggio, ma rimane lontana dagli standard qualitativi del duo. Molto scontate “1975… amore mio” di Emy Cesaroni (che verrà molto tardivamente squalificata per essere stata già trasmessa con altro titolo) e “Lettera” di Antonella Bellan. “Come Humphrey Bogart” di Franco e le Piccole Donne, è un motivetto retrò che colpisce per lo meno per la messa in scena. Franco, al secolo Franco Raele, si esibiva nei locali da ballo e le Piccole Donne non sono altro che 4 coriste che lo affiancano in quest’unica occasione. Nessun motivo di interesse presentano “E poi e poi” di Laura (dalla voce acutissima e penetrante in stile brunetta-dei-ricchi-e-poveri) e “Sei stata tu” di Gianni Migliardi, scontatissima la marcetta “Il ragioniere” di Paola Folzini, un tantinello meglio va con “Oggi” dei romagnoli G.Men, che però sa di vecchio (potrebbe essere un brano del 1969 e forse dà ragione a chi accusa gli autori di aver ripresentato spesso brani scartati in precedenti edizioni). Stefania presenta “L’incertezza di una vita” e pare che stoni così tanto da fare ridere anche alcuni componenti del gruppo dei Musicals che la accompagnano. Eppure alla fine arriva in finale, sia pure per sorteggio (a rimetterci sarà il gruppo delle Volpi Blu). Forse il pubblico le voleva concedere una seconda chance o forse…voleva continuare a ridere. Solo Angela Luce poteva in qualche modo interpretare “Ipocrisia” (Maria Nazionale ancora non c’era). C’è molto della sceneggiata napoletana in questo pezzo, ma in qualche modo sembra anche di sentire Amalia Rodriguez. Il pubblico in sala, in gran parte napoletano, la spinge verso la finale e oltre. Gabriella Sanna sarà soltanto una meteora, ma la sua “Adesso basti tu” ha alle spalle almeno le firme collaudate di Bruno Zambrini e Gianni Meccia. “Senza impegno” delle Volpi Blu si rifà chiaramente ai Nuovi Angeli; “Madonna d’amore” di Lorenzo Pilat è un valzerone che non fa molto per farsi notare e Pilat colleziona così la sua terza eliminazione su tre partecipazioni con nomi diversi. A Lorè non è cosa! “Se nasco un’altra volta” è un altro motivo di Pino Donaggio, affidato alla voce melodrammatica di Paola Musiani che, al contrario del motivo di Piero Cotto manca la finale. Come anche la conclusiva “In amore non si può mentire” degli Eva 2000. La seconda serata viene inaugurata da “Decidi tu per me” di Eugenio Alberti che, come “Dolce abitudine” di Daniela, non produce nessuno scossone. “Quattro stagioni” è arrangiata dalla Quinta Faccia col consueto stile “alla Rubettes”, ma non raggiunge la finale. Scontata anche “Io credo” di Nico dei Gabbiani (che infatti, come a dar ragione a chi dice che le canzoni migliori sono rimaste escluse dalla finale, supera il turno). Si torna a respirare aria di Romagna con “Tango di casa mia” dell’orchestra di Ely Neri, mentre Gilda (nome d’arte della cantautrice Rosangela Scalabrino) presenta “Ragazza del sud”, un motivo quasi folk che certo non può essere indicato come una nuova via per la canzone italiana, ma che arriverà addirittura a vincere il Festival. Qualche malalingua sostiene che abbia goduto di appoggi esterni (non solo parlando di giurie esterne) vista l’amicizia che la lega all’assessore al turismo di Sanremo, Napoleone Cavaliere, vero deus ex-machina di questo Festival. Certo il brano ha una sua orecchiabilità. Dopo Gilda tocca ad Annagloria che presenta “La paura di morire”, un motivo – finalmente! – molto interessante che inizia con un incalzante recitativo su un tappeto da tango argentino in stile Astor Piazzolla, poi il ritornello si apre con una classica melodia di Pino Calvi. Pare che persino Mina abbia pensato per un attimo di incidere questo pezzo che comunque Annagloria interpreta senza sfigurare. Niente finale purtroppo. Stessa sorte per “Scarafaggi” di Goffredo Canarini, vagamente celentaniana. “Un grande addio” di Valentina Greco dovrebbe permettere alla cantante di effettuare quel salto verso la notorietà, ma la canzone, pur arrivando quarta, è troppo debole e musicalmente scontata per imporsi, e di Valentina Greco non si sentirà più parlare (ma i titoli di certe canzoni se li scelgono apposta? Come Canarini che canta “Scarafaggi” del resto…). Nannarella come dice lo pseudonimo è romana e viene dal folk della capitale, ma la sua “Sotto le stelle” non lascia tracce. “Piccola bambina cara” di Kriss and Saratoga (anche loro provenienti dai locali da ballo) avrebbe meritato miglior sorte, se non altro perché iscrivibile al filone dei gruppi melodici che di lì a poco avrebbe infestato le classifiche di vendita italiane. Molto tradizionale la melodia di “Sola in due” di Leila Selli, nessun sussulto provoca “Innamorarsi” di Jean-François Michael, mentre su “Va’ speranza va’” Rosanna Fratello stessa si è detta non troppo soddisfatta della canzone, eppure, sarà perché almeno il suo è un nome popolare presso il pubblico, il suo secondo posto finale, a pari merito con Angela Luce, resterà di gran lunga il suo miglior risultato al Festival. Chiudono le Nuove Erbe, due gemelle che in Jugoslavia sono state apprezzate dal maresciallo Tito (!) e che vengono accolte con simpatia. La loro “Topolino piccolo” riesce ad arrivare in finale, ma non le si può chiedere di più. E così va in archivio anche Sanremo 1975. Quanto hanno venduto queste canzoni? Ovviamente pochissimo, qualcuna di loro anzi non è stata neanche distribuita nei negozi. Per dare un’idea, la canzone vincitrice raggiungerà la ventesima posizione delle classifiche e si fermerà al numero 89 tra le più vendute dell’anno. Ma come dice qualcuno, più scuro della notte non può fare…

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