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22 febbraio 2022

Anime latine (puntata n. 156)

di Dario Cordovana



Alla fine del 1974 escono due album che intendono in modo profondamente diverso l’essere latini. Prima Antonello Venditti con “Quando verrà Natale”, altro passo verso la strada della notorietà. In realtà si tratta ancora in questo senso di un disco di transizione. I brani dell’album godono di un buon air play radiofonico, soprattutto “Campo de’ fiori”, che nel disco originale apre la facciata B. La trasmissione radiofonica della sera, “Supersonic”, lo mette spesso, ma dopo un po’ inizia a trasmettere anche il brano omonimo, che ripete incessantemente lo stesso verso (“Quando verrà Natale, tutto il mondo cambierà”, alternandolo con “Quando verrà Natale, tutto sorriderà”), e poi anche “Ora che sono pioggia”, una canzone che verrà in seguito interpretata anche da Patty Pravo.
Ad aprire il disco la canzone “A Cristo” che costerà ad Antonello un’accusa di vilipendio della religione, e poi “Marta” che contribuirà non poco al successo dell’album, un successo ancora moderato (l’album non entrerà per poco tra i primi dieci nelle classifiche settimanali), ma che contribuisce a creare aspettativa per quanto riguarda le prossime uscite del cantautore romano.
Siamo ormai a fine anno quando Lucio Battisti mette a frutto le suggestioni derivate da un viaggio intrapreso in America latina. Al cantante reatino da un po’ va stretta l’etichetta di macchina sforna successi (per sé e per gli altri), e di lui negli ultimi tempi si è parlato poco. Apparizioni televisive zero (in Italia l’ultima è stata nella primavera del 1972 per presentare “I giardini di marzo”), pezzi scritti per altri zero (l’ultimo, “Segui lui” per Adriano Pappalardo risale anch’esso al 1972); in pratica per avere sue notizie bisogna aspettare la pubblicazione dei suoi dischi, il più recente dei quali, “Il nostro caro angelo”, bello e fortunato, ma un po’ sperimentale con quel flirt accennato con la musica progressive, è ormai vecchio di un anno. E un anno è tanto tempo negli anni settanta.
Finalmente nel dicembre del 1974 esce “Anima latina”. Prima novità: ad accompagnare l’album non viene designato alcun singolo apripista (solo “Due mondi” comparirà in cotal veste nel circuito dei juke-box). Ma ad ascoltare l’album se ne capisce il motivo: lo shock è grande. I pezzi orecchiabili sono rari (giusto “Due mondi”, cantata in duetto con la futura voce dei Daniel Sentacruz Ensemble Mara Cubeddu, lo è). I brani sono così sperimentali che la voce di Battisti appare a volte filtrata da effetti elettronici e a volte addirittura coperta dagli strumenti. I testi di Mogol, spesso bellissimi, sono sacrificati a favore dell’effetto finale che lascia spesso gli ascoltatori disorientati.
La musica dell’album (che comunque porta il disco al primo posto in classifica) lascia freddino il pubblico abituale di Battisti e la stessa critica musicale leggera. Non è un caso che l’unica intervista che Lucio rilascia in questo periodo sia al settimanale “Ciao 2001”, che si occupa di musica rock, con una tendenza a seguire il rock progressivo. “Anima latina”, sfoggia sì delle influenze marcate della musica sudamericana, ma miscelate con atmosfere oniriche, come se Battisti e compagni si fossero fumati qualcosa di particolare.
Il disco verrà ampiamente rivalutato dalla critica molti anni dopo e saranno in molti quelli che lo indicheranno tra i migliori della sua discografia. Anzi, per alcuni di mente molto aperta sarà il migliore. Ma è un percorso che Battisti non può portare avanti per molto tempo: abituato ad anticipare i tempi, Lucio non farà un’eccezione neanche questa volta e il disco successivo lo riporterà in sintonia con il suo pubblico abituale, quello che normalmente lo mandava in classifica. “Anima latina”, con i suoi pezzi strani fin dai titoli (“Abbracciala abbracciali abbracciati”, “Il salame”, “Anonimo” e le splendide “Gli uomini celesti” e “Macchina del tempo”) rimarrà una magnifica perla nella sua discografia, un oceano di suoni all’interno del quale è sempre interessante immergersi…

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