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24 febbraio 2008

Il male secondo i fratelli Coen

di Davide



Non è un paese per vecchi è un bel libro di Cormach Meccarti di qualche anno fa, un testo che, attraverso la storia di un cacciatore che trova una valigetta piena di soldi e che da allora diventa a sua volta preda di un chiller psicopatico, sviluppa una profonda riflessione sulla violenza e sul male.
Ma è anche il titolo di un bellissimo film, tra l’altro pluricandidato ai prossimi oscar, targato fratelli Coen, qui per la prima volta alle prese con un adattamento cinematografico.
Il supporto di una struttura così solida e profonda ha chiaramente giovato al cinema dei Coen, esponenti di spicco del cinema indipendente e ribelle, nei cui films precedenti, dall’esordio con Blood Simpol fino al premiatissimo Fargo, la violenza è sempre stata il tema conduttore, trattata con grottesca esagerazione, esercitata da personaggi fuori dalle righe ed estremi, quasi comici (basti pensare al mostruoso centauro che insegue Nicolas Cheig nel folle ed indimenticabile Arizona Iunior).
In quei films la trama, lo svolgersi degli eventi, l’esasperazione della manifestazioni violente lasciavano intravedere, attraverso una lettura a più piani, la critica del male dove invece l’impatto immediato né esaltava la spettacolarità e, per certi versi, il fascino. In questo nuovo film siamo, invece, chiaramente di fronte alla manifestazione di una raggiunta maturità, il compendio di una poetica cinematografica che qui trova la sua sintesi raggiungendo livelli altissimi.
Non c’è ironia, nessuna comicità o irriverenza, ma una raggelante rappresentazione del male, della sua ineluttabilità e supremazia. La sua incarnazione è proprio quella del chiller, un indimenticabile Havier Bardem, una vera emanazione degli inferi, una sorta di fantasma, così è definito da un personaggio del film, inarrestabile, che bracca il cacciatore, interpretato da Giosc Brolin, lasciando dietro di sé una scia di sangue, morte e disperazione, travolgendo giusti ed ingiusti, in una spirale di violenza che chiama altra violenza e coinvolge chiunque ne venga lambito, distruggendo la sua vita e quella di chi gli sta vicino.
E se i malavitosi che perdono la vita vengono definiti dall’ anziano sceriffo, ancora un eccellente Tommi Lii Gions (che continua ad inanellare personaggi e films eccellenti e tutti in una stessa annata), periti di morte naturale, ovvero fisiologicamente alla loro condotta di vita, il resto della umanità è appesa ad un filo, al caso, al giro della moneta che Bardem lancia per decidere la vita o la morte di un inconsapevole anziano negoziante, all’essere nel posto sbagliato al momento sbagliato. A nulla serve la forza e l’esperienza del cacciatore, veterano del Vietnam, la sua strenua resistenza, non lo salverà così come non salverà la sua famiglia. Così come vana è la promessa di proteggerlo fatta dallo sceriffo alla moglie.
E’, come detto in una battuta, solo vanità pensare di fermare ciò che sta arrivando.
La resa di Lii Goins, la sua decisione di mettersi in pensione, è quella di una intera umanità che ha sopravvissuto ed è testimone dell’orrore, che ha sperato fino all’ultimo di poter incidere sul suo destino e su quello dei propri cari, che ha sperato, come afferma alla fine del film, che Dio entrasse nella sua vita ma che non lo biasima di non volerci avere a che fare, con questo mondo dominato dall’odio e dal male.
Non c’è lieto fine, non è un paese per vecchi, non è un paese per deboli e per buoni. E qui, finalmente, non puoi cambiare canale, non puoi distogliere lo sguardo, non ti puoi vietare di pensare.
Un film senza speranza, crudo e bellissimo, poetico ma non retorico che comunque non risparmia spettacolarità e scene incalzanti, impreziosito da una regia e da interpretazioni di altissima qualità. Tra i cattivi della vostra memoria troverete certamente subito un posto d’onore a questo strano personaggio di Bardem, con dei buffi capelli a caschetto, tocco d’autore dei due fratelli registi, ma dallo sguardo raggelante, stralunato e allucinato.
Strepitosi alcuni dialoghi, sottolineati dall’assenza di colonna sonora durante l’intero film, così come la fotografia del paesaggio della frontiera americana, arida e immensa come quella cristallizzata nei fotogrammi dei grandi classici western, sfondo della eterna lotta tra il bene ed il male.
Non so se questo film stanotte vincerà uno degli otto oscar a cui è candidato, ma sicuramente lascerà una indelebile traccia in chi lo ha visto o lo vedrà, soprattutto se è un “fissa” come me, se è uno che crede in un mondo migliore ma che vive di giorno in giorno in un mondo sempre di più peggiore, che guarda sempre più ad un tempo che fu e spesso chiude gli occhi per la paura del tempo che verrà.

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Il male secondo i fratelli Coen
 

 

L'ottima recensione dell'ultima opera dei Cohen
Brothers, cui va il pregio di aver metaforicamente
descritto, attraverso l'adattamento dell'omonimo
romanzo di Cormac McCarthy, scrittore potente
quanto agli antipodi nei confronti di un altro maestro della narrativa contemporanea statunitense, cioé il minimalista Carver, coglie in
pieno tutti i significati, reconditi o esplitici, racchiusi sia nell'opera letteraria che nella
sua trasposizione cinematografica.
Tuttavia non si può fare a meno, questa è almeno la mia opinione, di avere un briciolo di nostalgia nei confronti del grande cinema americano dei fini anni'60 fino alla fine degli anni '70.
I tempi passano, è vero, e le cose del passato ci
sembrano sempre le migliori.

roberto

25/02/2008 19:55:45


 
 

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