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23 febbraio 2010

Sanremo 2010 il giorno dopo

di Dario Cordovana



A mezzanotte della serata finale di Sanremo Maurizio Costanzo improvvisa un talk-show con tre operai della Fiat di Termini Imerese. E siccome non ci facciamo mancare niente ecco che si materializzano persino Bersani (una volta a Sanremo ci mandavano Lello…) e Scajola. Mancava la stampa specializzata (si potevano invitare Belpietro e Concita Di Gregorio…) e poi eravamo al completo.
Ora direte voi: cosa c’entrano tutte queste cose con Sanremo, con la serata finale, una serata nella quale in fondo si devono ascoltare solo dieci canzoni per votarle, proclamare la vincitrice e poi andare a nanna più o meno contenti? Se lo sono chiesto in molti al Teatro Ariston, e quando hanno visto che Bersani la tirava per le lunghe, hanno cominciato a fischiare. Quando è troppo, è troppo, via!
Complessivamente questa edizione,  gratificata dall’audience ancora di più di quella dello scorso anno, ha fatto comunque registrare qualche miglioramento, ma anche qualche preoccupante passo indietro. Buona la conduzione di Antonella Clerici, che, cosa rara di questi tempi, ha presentato il Festival senza urlare più di tanto, e con una misura che non riscontravamo in un conduttore da tanto tempo.
Gli ospiti sono stati tutto tranne che memorabili, e spesso fuori tema. La regina Rania di Giordania sarà anche simpatica, ma con un Festival della Canzone c’entra quanto Josè Mourinho a “Ballarò”. Vedo più logico invitare l’inglese Susan Boyle, anche per confrontare la pop music (almeno il reparto più easy listening di essa) britannica con l’italica canzonetta.
In questa edizione numero 60 (cifra tonda) l’attrazione principale era forse la serata di giovedì con alcuni big della nostra musica che rifacevano alcune canzoni gloriose di Sanremo. A parte il fatto che curiosamente le canzoni scelte erano quasi tutte dei primi due decenni del Festival, con tutto il resto mandato al macero, potevano magari limitarsi a questo? No, solito spazio allargato in modo da far pensare che in fondo l’omaggio a Sanremo fosse solo una scusa per farsi pubblicità davanti ad una platea sempre consistente.
Ma veniamo a quelle che dovrebbero essere le vere protagoniste, cioè le canzoni in gara. Crollo verticale della qualità nel girone giovani (o nuova generazione) e parziale ripresa della categoria “artisti” (tra virgolette, soprattutto pensando a qualche partecipante).  Nel primo caso non è riuscito di trovare personaggi della caratura di quelli dell’anno scorso (Arisa, Malika Ayane, Karima, Irene Fornaciari…). Il pubblico ha dato la vittoria a un protetto di Mara Maionchi, tal Tony Maiello, che non mi è parso avesse né la canzone, né la voce, né la personalità per restare. La critica, disperata, si è buttata su Nina Zilli, sulla quale è stato detto di tutto, tranne che somiglia tanto a Giusy Ferreri…
Nel girone degli “artisti” la qualità si è un po’ elevata rispetto allo scorso anno, ma c’è ancora tanta strada da fare. Almeno finchè ci saranno 4-5 canzoni brutte come quest’anno, che in un totale di 15 canzoni fa già un terzo del programma. Un po’ troppo, direi.
La ricerca dell’audience a tutti i costi non ha fatto bene alla qualità. Bene hanno fatto i selezionatori a disfarsi di tutti i gloriosi protagonisti degli anni sessanta, ormai largamente impresentabili. Ma troppi nomi in gara provenivano direttamente da programmi televisivi di successo (Mengoni, Noemi, Scanu, Ruggeri, il Trio di Pupo). Giusto invece lo spazio concesso a personaggi lanciati in tempi recenti da Sanremo e che il Festival non deve rinnegare (Arisa, Malika Ayane , i Sonohra).  La ricerca dell’audience a tutti i costi ha, a mio parere, spinto i selezionatori a mettere in corsa la canzone di Pupo e del principe Filiberto, una canzone costruita in evidente malafede (basta vedere l’accoppiamento con il ct della Nazionale di Calcio Marcello Lippi che letteralmente, durante l’esecuzione del pezzo, si guardava le immagini dei trionfi di Berlino 2006), fischiata sonoramente dal pubblico in sala, e che metteva in imbarazzo i critici, che in televisione non riuscivano a trattenersi dalle risate ogni volta che ne parlavano. E infatti se ne è parlato, e per un po’ se ne parlerà (magari soltanto per chiedersi come un obbrobrio del genere possa arrivare al secondo posto). Ma quale sarà il suo impatto sul mercato?
Più onesta è sembrata la canzone di Toto Cutugno (almeno non voleva essere altro che una canzone d’amore). Adesso tutti sembrano avere scoperto che Cutugno è stonato…guarda un po’ che sorpresa!
Non è stata capita granchè la canzone di Nino D’Angelo e, tra le voci del Sud che lo hanno accompagnato, il rappresentante della Sicilia, Mario Incudine, quasi del tutto ignorato dalle incerte telecamere del regista Duccio Forzano. Si sa però che le canzoni in dialetto napoletano a Sanremo non hanno mai avuto fortuna (chiedere a Lina Sastri e alla Nuova Compagnia di Canto Popolare…).
Detto che Povia musicalmente sa il fatto suo, ma ripetere quattro volte di seguito lo stesso tipo di canzone comincia ad essere troppo, prima di parlare del vincitore parliamo degli altri.
Tante discrete canzoni cantate bene. Malika Ayane è bravissima e certamente aveva una canzone che ne assecondava le qualità vocali, ma anche il suo pezzo parte bene, molto bene,  ma non riesce a concludere il ritornello con un’idea veramente risolutiva. Irene Grandi, spalleggiata nella composizione da Bianconi dei Baustelle che già le aveva scritto “Bruci la città”, ha destato una buona impressione, ma ricordava parecchio Paola Turci. Noemi, all’esordio al Festival ha mostrato buone qualità interpretative in una canzone dall’arrangiamento non sempre azzeccato.  Ancora però sul piano della personalità c’è da lavorare: al Festival sembrava Nada. Bene anche Irene Fornaciari:bella voce e grande grinta; le perdoniamo volentieri il mezzuccio dell’accoppiamento con i Nomadi per entrare tra i big. Marco “Anastacio” Mengoni sembra invece aver trovato il suo stile, e probabilmente il suo pubblico. Ruggeri non sembra essersi sforzato molto per la sua canzone “La notte delle fate”, però attenzione… è un pezzo che con gli ascolti migliora (anche se il pubblico che l’ha sgambettato all’ultima curva non l’ha pensata così). Piacevole anche il ragamuffin di Fabrizio Moro. Conferme sono arrivate anche dalla divertente Arisa (in un pezzo dixieland che ha portato al Festival la Jazz Band di Lino Patruno). Simone Cristicchi punta sull’ironica “Meno male” e ricorda un po’ Rino Gaetano, un po’ Daniele Silvestri. Probabilmente la canteranno in molti.
E infine qualche considerazione su Valerio Scanu, doverosa perché comunque ha vinto il Festival ed è riuscito a cantare la sua canzone ben sette volte; fortunato (?) nel sorteggio della finale che lo ha visto cantare per primo, piacerà alle ragazzine cui della musica importa né punto né poco. La sua canzone inizia con una frase melodica molto elementare, eseguita dal pianoforte, tecnica che rimanda a “Strani amori” della Pausini (e non è affatto un complimento). L’evoluzione del brano è pari pari quella dei pezzi di Gigi D’Alessio, evidentemente suo ispiratore. In una intervista a Televideo il giovane Scanu ha dichiarato che i suoi 3 dischi preferiti in assoluto sono il suo pezzo di Sanremo, un pezzo di Federica Camba (quella, per chi non lo sapesse, che scrive i pezzi per “Amici”) e un “Greatest Hits” di Mariah Carey. Il verso più bello, sempre secondo Scanu, della sua canzone sarebbe “A far l’amore in tutti i  modi, in tutti i luoghi, in tutti i laghi”. Che la genialità stia nella vicinanza delle due parole “luoghi” e “laghi”? Ragazzi in che mani siamo…
Per il prossimo anno si parla di abolire l’idea del televoto che ha destato più di un sospetto (possibile che il brano di Pupo che non era tra i primi dodici la prima sera celo ritroviamo secondo? Possibile che il pezzo di Scanu che non era tra i primi dieci la seconda seria finisce al primo?). Personalmente non credo che sarà facile convincere le compagnie telefoniche a rinunciare ad un affare del genere…chi vivrà vedrà…..

Ricomincio da qui (Malika Ayane)


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Commenti lasciati per:

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"...piacerà alle ragazzine cui della musica importa né punto né poco." GRANDE INDRO!
E comunque è gustoso tutto l'articolo, sicuramente apprezzabile anche da chi, come me, non ha seguito il Festival.

Fabrizio O.

28/02/2010 05:42:41


Cara Delia, non mi pare di averlo stroncato, anzi ho detto che ha trovato un suo stile...da un debuttante cosa pretendere di più?

Dario C.

27/02/2010 17:01:19


Caro Dario condivido la tua brillante analisi sul festival. Anastacio però mi piace proprio...che ci posso fare ?

delia

25/02/2010 22:22:49


 
 

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