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10 luglio 2013

A SCUOLA DI ROCK - PINK FLOYD

di Dario Cordovana



Immaginate di avere un gruppo che fa canzoni napoletane e di chiamarlo Ludwig Mozart in onore di due compositori di musica classica. Bizzarro, no? Bè, i Pink Floyd prendono il loro nome dai due bluesmen Pink Anderson e Floyd Council, ma nella loro carriera al blues si sono dedicati molto poco. Il nucleo storico nasce in quel di Cambridge nella metà degli anni sessanta, ma l’anno del grande successo è il 1967, quando il gruppo, ormai a Londra, diventa ospite più o meno fisso di uno dei locali più importanti per la musica psichedelica dell’epoca, lo UFO club. Sarà uno dei fondatori di detto locale, il mitico Joe Boyd, a produrre il primo singolo dei Pink Floyd, “Arnold Layne”. La canzone, che parla di un collezionista di indumenti intimi femminili, è scritta dal leader del gruppo, Roger “Syd” Barrett, poeta visionario dall’anima rimasta in odore di fanciullezza. Gli altri, il bassista Roger Waters, il tastierista Richard Wright e il batterista Nick Mason, sono allora poco più che dei comprimari. Il compositore è Barrett, tutto dipende da lui, e anche dal punto di vista tecnico c’è molto da lavorare.
Barrett fa parlare di sé anche nei concerti, visivamente memorabili, ma dopo un sengolo singolo di successo, “See Emily Play”, comincia a dare segni di instabilità psichica. Appena il tempo di registrare uno dei punti fermi della psichedelica inglese, il 33 di esordio “The Piper At The Gates Of Dawn”, che Syd diventa sempre più inaffidabile, un po’ per l’eccessiva pressione dovuta al successo, un po’ per le droghe prese con eccessiva disinvoltura. Un successivo singolo, “Apples and Oranges, si rivela un flop e per far fronte alle difficoltà i Floyd inseriscono in formazione un secondo chitarrista, il tecnicamente valido David Gilmour. La formazione a cinque dura poco però, ultimamente Barrett ha preso l’abitudine durante i concerti di suonare un solo accordo per tutta la sera, e così una sera del gennaio del 1968 i compagni si “dimenticano” di passare a prenderlo prima di andare a suonare.
Senza il loro unico compositore i Pink Floyd faticano di brutto a darsi un’identità. Dapprima Richard Wright prova a emulare Barrett nella composizione del singolo successivo, ma quando il risultante “It Would Be So Nice” si rivela una semplice nota a margine della storia del gruppo, i quattro capiscono di dover cambiare rotta. All’inizio si pone l’accento sull’improvvisazione, ma i primi album, “A Saucerful Of Secrets”, “More”, “Ummagumma” (diviso a metà tra esecuzioni live e sperimentazioni soliste dei quattro), sono ancora abbastanza acerbi. I Pink Floyd cercano di perfezionare il loro suono, e di crescere come compositori. Anche il successivo “Atom Heart Mother”, malgrado la fama piovutagli per via della copertina di Storm Thorgerson che riprende una mucca, risulta spesso stucchevole e l’inserimento dell’orchestra un azzardo.
Il primo album dove veramente gli ingredienti sono messi a fuoco è “Meddle”, soprattutto nella suite “Echoes”, che musicalmente gode di una lucida esposizione. A questo punto il gruppo è pronto per raccogliere i frutti del suo lavoro: “The Dark Side Of The Moon”, due anni più tardi (siamo nel 1973), risulterà uno degli album più venduti nella storia del rock, aiutato anche dal boom degli impianti stereofonici, per i quali il disco in questione si mostrerà anche ottimo collaudatore. Difficile trovare difetti in un disco simile, e mai più i Pink Floyd riusciranno ad essere così concreti nel proporre la loro musica. Il successivo “Wish You Were Here” regge ancora bene (aiutato dal pezzo omonimo, dalla lunga “Shine On You Crazy Diamond”, dedicata al genio perduto di Syd Barrett e dal singolo “Have A Cigar”, con ospite Roy Harper alla voce.
Il resto della storia è un progressivo declinare della creatività del gruppo, con un sussulto del 1980 chiamato “The Wall”. A quell’epoca Roger Waters ha preso decisamente in mano le redini della band e Richard Wright ne viene addirittura estromesso (si risparmierà di essere coinvolto nel noiosissimo “The Final Cut”), ma dopo poco i Pink Floyd interrompono l’attività. Ci sarà ancora una coda, fortunata dal punto di vista commerciale, ma irrilevante da quello creativo, guidata questa volta da David Gilmour, che senza più Waters tra i piedi, sarà libero di illustrare al mondo quanto ci fosse di suo nel suono Pink Floyd. Che si ritroveranno tutti insieme solo dopo anni al Live 8 di Londra nel 2005, per un ultima volta insieme, giusto in tempo per far spendere una lacrimuccia a tutti i nostalgici. Negli anni successivi prima Syd Barrett e poi Richard Wright ci lasciano per organizzare “The Great Gig In The Sky”…

  • 3 dischi da avere: The Piper At The Gates Of Dawn, Meddle, The Dark Side Of The Moon.
  • 1 disco da evitare: The Final Cut.

US AND THEM


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