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12 marzo 2014

A SCUOLA DI ROCK 11 - GENESIS

di Dario Cordovana



Quanti gruppi rock sono nati tra i banchi di scuola? Sicuramente tra questi ci sono i Genesis, conosciutisi alla Charterhouse. Peter Gabriel, cantante e flautista, una passione non troppo nascosta per il soul di Otis Redding e Tony Banks, tastierista forte di studi classici, incontrano Anthony Phillips, chitarrista cesellatore e Mike Rutherford, bassista e compagno di arpeggi chitarristici del summenzionato Phillips. Il quinto sarebbe il batterista, posto che inizialmente fatica a trovare una dimensione stabile. Chris Stewart dura lo spazio di un paio di sfortunati singoli, John Silver invece siederà dietro ai tamburi nel disco d'esordio, “From Genesis To Revelation”, prodotto nel 1969 da Jonathan King per la Decca. Non un esordio fortunato in verità. I nostri si fanno manipolare da un King che ne vuole fare i nuovi Bee Gees. Le copie vendute sono molto poche e Silver lascia per andare a studiare in America.

Con il nuovo John Mayhew alla batteria i cinque si accasano l'anno dopo alla nuova promettente etichetta discografica Charisma di Tony Stratton-Smith. Il secondo lavoro, “Trespass”, si fa notare per dei notevoli passi avanti. Il gruppo trova uno stile personale soprattutto grazie alla vena di Anthony Phillips che crea dei bozzetti elettro-acustici che spingono il gruppo verso quello che tempo dopo verrà chiamato progressive rock o semplicemente prog, ma allora il termine più usato era rock romantico, come certi gruppi progenitori dell'epoca (Moody Blues e King Crimson in primis) insegnavano.

Purtroppo anche questa formazione non dura. Il primo ad abbandonare è proprio Phillips che sviluppa quella che gli inglesi chiamano “stage fright” (paura del palcoscenico). Gabriel, Banks e Rutherford ne approfittano per rinnovare anche il responsabile del reparto tamburi. Al posto di Mayhew arriva il giovanissimo Phil Collins. Per trovare il nuovo chitarrista ci vorrà qualche mese in più di tempo, ma alla fine i requisiti richiesti si materializzeranno nella figura dell'occhialuto Steve Hackett.

Con questa formazione i Genesis registrano “Nursery Cryme”, che li imporrà all'attenzione del pubblico belga e italiano (gli inglesi ci arriveranno dopo a capirli). L'album contiene il classico “The Musical Box” (che contiene parti lasciate in eredità da Anthony Phillips), ma complessivamente mostra un gruppo ancora non del tutto amalgamato.

Più riuscito il successivo “Foxtrot” con la lunga suite “Supper's Ready”. A questo punto i Genesis stanno facendo parlare di sé anche grazie ai concerti, con l'istrionico Peter Gabriel che si traveste per mettere in scena in modo più convincente i suoi testi, vere e proprie storie piene di calembour e riferimenti colti. Il vero successo è del 1973. L'album “Selling England By The Pound” riassume uno stile ormai maturo. Ad emergere oltre il citato Gabriel, è Tony Banks, autore di “Firth Of Fifth” e di buona parte delle musiche del disco. Anche gli altri però dicono la loro e Collins affronta la sua prima prova da cantante solista con la delicata “More Fool Me”.

Nel 1974 Peter Gabriel dà fondo a tutta la sua immaginazione per ideare la storia complessa di Rael in quello che diventerà il doppio “The Lamb Lies Down On Broadway”. La musica, pur mantenendo le consuete caratteristiche, esplora nuovi territori, ma qualcosa nell'armonia del gruppo  comincia a scricchiolare. Il chitarrista Steve Hackett sente sacrificate le sue idee alla personalità degli altri, ma dopo che la nuova ambiziosa opera è portata interamente in tour con gli immancabili travestimenti, è proprio il cantante a lasciare, ponendo più di un dubbio sulla sopravvivenza del gruppo.

Araba fenice che risorge dalle sue stesse ceneri, i Genesis trovano in casa il sostituto, con il batterista Phil Collins che passa al microfono con risultati inattesi. A lui il compito di ricantare le complesse canzoni del predecessore, mentre alla batteria viene affiancato in concerto dapprima da Bill Bruford e poi da Chester Thompson.

La prova del fuoco è il primo album senza Peter, “A Trick Of The Tail”, che tende più che altro a consolidare le posizioni. Meglio fa il successivo “Wind and Wuthering”, nel quale la musica per altro comincia ad alleggerirsi. La serie di concerti che seguiranno porterà al doppio dal vivo “Seconds Out”, ma poco dopo anche Steve Hackett abbandona la nave.

Ancora una volta i Genesis non procedono alla sostituzione del fuoriuscito. Alla chitarra va il bassista Mike Rutherford, mentre dal vivo il compito tocca a Darryl Stuermer. L'album seguente, opportunamente intitolato “...And Then There Were Three” vede un gruppo alla ricerca di certezze. Continua il progressivo alleggerimento dei toni, che porta all'orecchiabile “Follow You, Follow Me”, primo conscio tentativo di creare un hit single. La cosa per altro riuscirà meglio con il successivo “Turn It On Again”, dall'album “Duke” che è forse l'ultimo tentativo per contentare i fan della prima ora (a cui è diretta la lunga “Duke's Travels”) senza perdere di vista una maggiore concisione. Per la prima volta sono presenti esplicitamente dei contributi compositivi di Phil Collins (la banale “Misunderstanding” e l'appena più interessante “Please Don't Ask” sulle ceneri del suo matrimonio).

La vera rivoluzione si chiama “Abacab” che presenta dei Genesis al passo con gli anni ottanta. Tra fiati (prestati dagli Earth, Wind and Fire) e ritmi di tutti i tipi (anche uno ska in “Me and Sarah Jane”) i Genesis scalano le classifiche mondiali, senza aver perso la voglia di sperimentare.

Il seguente “Genesis”, già dal titolo fa affiorare un po' di noia e di routine, mentre “Invisible Touch” del 1986 è il punto più basso mai toccato dal gruppo. A questo punto non si può che risalire, ma per i tre la cosa risulterà complessa. Tra carriere soliste fortunate (Phil Collins, Mike & The Mechanics), o mai decollate (Tony Banks), ci vorranno cinque anni per partorire “We Can't Dance”. Più misurato del pacchiano predecessore, raggiunge artisticamente risultati alterni, con i momenti migliori posti in apertura (“No Son Of Mine”) e chiusura (“Fading Lights”).

Convalescenza breve ad ogni modo perchè i Genesis devono fronteggiare l'ennesimo abbandono, stavolta del Re Mida Phil Collins. Stavolta i pezzi da sostituire sono due, cantante e batterista. Per il primo la scelta cade sull'ex-Stiltskin Ray Wilson, voce calda in grado di adattarsi non solo a cantare i pezzi di Phil ma anche quelli di Peter, mentre per il secondo si sceglie di rivolgersi a dei turnisti. L'album inciso dalla nuova formazione, il promettente “Calling All Stations” non presenta particolari rivoluzioni ed il suono si ricollega a quello del precedente “We Can't Dance”. Poi i Genesis portano l'album in tour e le cose non vanno sempre bene, in diverse occasioni il nome di Phil Collins viene scandito a gran voce, anche se in realtà Ray Wilson non lo fa rimpiangere, ma il nuovo cantante non riesce ad entrare nei cuori dei fans e così il gruppo si scioglie.

Nel 2007 il trio formato da Collins, Banks e Rutherford si rimette insieme per un tour di grande successo, che però non produce materiale nuovo. Poi i problemi alla schiena di Collins, che non riesce più a suonare la batteria, consegnano il marchio “Genesis” agli archivi. Mike riprende il suo lavoro con i Mechanics, Collins si fa notare per un album di cover di pezzi della Motown, mentre Banks si dà alla musica classica con “Seven” e “Six”. Un conto alla rovescia prima di una definitiva  pensione?

 

Tre dischi da avere: Trespass, Selling England By The Pound, Abacab.

 Un disco da evitare: Invisible Touch.


firth of fifth

(GENESIS)




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