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16 ottobre 2014

A SCUOLA DI ROCK 16 - LEONARD COHEN

di Dario Cordovana



L’arte di reinventarsi. Leonard Cohen nasce nel 1934 nel quartiere inglese di Montreal in Canada, da famiglia ebraica. Le sue origini influenzeranno in modo importante la sua poetica. Poetica? Eh sì, perché il Cohen è all’inizio un poeta e uno scrittore. Solo che dopo aver pubblicato una raccolta di poesie e due romanzi, di cui tutti parlano bene ma non se li compra nessuno, decide che tutto sommato può anche provare a scrivere qualche canzone. In fondo dal mondo che lui frequenta, il Greenwich Village di New York, sono uscite persone come Bob Dylan che economicamente non se la passano tanto male.
Leonard scrive le sue prime canzoni, ma il coraggio di cantarle non è facile da trovare. Viene in suo aiuto l’amica Judy Collins che decide di interpretare “Suzanne”. Il mondo comincia ad accorgersi di questo talento fino ad allora in gran parte ignorato e finalmente arriva un contratto discografico. Il primo album, “Songs of Leonard Cohen”, oltre alla summenzionata “Suzanne”, contiene una serie di classici, tra i quali “Sisters of Mercy” e “So long, Marianne”. La preparazione dell’album è però contrassegnata da una continua lotta tra Cohen, che vorrebbe degli arrangiamenti spartani ed essenziali, e il produttore John Simon che vorrebbe abbellire i brani con violini e fiati. Il risultato finale è alla fine una sorta di compromesso che lascia il novello cantautore un po’ insoddisfatto, anche se la critica e i colleghi plaudono.
Per il secondo album, “Songs From A Room”, Cohen cambia produttore. Bob Johnston è in grado di assecondarlo nella sua ricerca di un suono più spoglio e tra le nuove canzoni figurano altri classici quali “Bird On The Wire” e “Seems So Long Ago, Nancy”. Il nostro Fabrizio De Andrè prende nota e qualche anno dopo fornirà le sue versioni italiane di “Suzanne”, “Nancy” e “Giovanna d’Arco”. Quest’ultima è tratta dal terzo album, uscito nel 1971 e intitolato “Songs of Love and Hate”. Musicalmente poche novità, suoni essenziali al servizio di splendide canzoni esaltate dal timbro basso di Leonard Cohen, che ormai ha preso confidenza con i concerti dal vivo (nell’album è presente un brano registrato in concerto all’isola di Wight), così tanto da pubblicare un album intitolato “Cohen live”.
L’album del 1974, “New Skin For The Old Ceremony”, porta in dote, manco a dirlo, una nuova serie di classici, da “Who By Fire” a “Take This Longing”, ma l’album che fa scalpore è quello del 1977, “Death Of A Ladies’Man”, inciso col produttore Phil Spector, famoso per il suo “Wall of Sound”, un muro del suono ottenuto spesso raddoppiando il numero degli strumenti con continue sovra incisioni. Cosa c’entra tutto questo con le canzoni di Leonard Cohen? Tra l’altro Spector è anche un tipo lunatico e a volte anche pericoloso. In certi casi si presenta in studio con una pistola pronto a far valere le proprie ragioni! Meglio non discutere con un tipo simile.
E l’album com’è? Ovviamente molto vicino alla musica dei tardi anni cinquanta o primi anni sessanta, almeno in alcuni casi. Ma se avete familiarità con certi dischi del John Lennon solista, ritroverete anche qui gli stessi tipi di arrangiamenti. Cohen ha mantenuto un atteggiamento ambivalente nei confronti di questo album, a volte lo ha difeso, ma poi non ha inserito nessuno dei suoi pezzi nelle sue antologie più celebrate.
Il bardo canadese torna ad arrangiamenti più abituali nel successivo “Recent Songs”, ma se la sua popolarità in Europa è sempre molto alta, negli Stati Uniti non è così, tanto che la sua casa discografica rifiuta di pubblicare negli USA il successivo “Various Positions”… e si perde così “Hallelujah”, che posto in chiusura d’album, e con un arrangiamento per lo meno discutibile, viene dapprima ignorato, ma poi, grazie alle cover dell’ex-Velvet Underground John Cale (solo voce e pianoforte), e poi di Jeff Buckley, che la include nel suo celebratissimo album “Grace”, tutti si accorgono di questo pezzo che riuscirà a superare in popolarità persino l’antica “Suzanne”.
Gli anni ottanta vedono un omaggio della sua corista Jennifer Warnes che dedica a Cohen un intero album di cover dei suoi pezzi, “Famous Blue Raincoat”; alcuni di questi pezzi sono inediti, ma vengono pubblicati dall’autore un anno dopo (siamo nel 1988), nell’album “I’m Your Man”, che vede degli arrangiamenti che fanno uso di batteria elettronica e strumenti moderni, senza però togliere fascino alle composizioni.
Dopo un altro album, “The Future”, del 1992, di Leonard Cohen si perdono le tracce per alcuni anni. In effetti il nostro riesce addirittura a diventare monaco buddista e passa alcuni anni a meditare. Poi viene convinto anche da alcuni guai finanziari a tornare sulle scene con “Ten New Songs” e “Dear Heather”, in rapida successione (solo tre anni di distanza tra l’uno e l’altro). Il vocione viene ormai sistematicamente addolcito dalla presenza di voci femminili, ed anche alla soglia degli ottant’anni, con i numerosi concerti in giro per il mondo e la pubblicazione di “Old Ideas” nel 2012. Anche quest’album viene celebrato dalla critica (per il mensile “Mojo” è l’album dell’anno) e vende tantissimo. Questo fatto, unito ai numerosi dischi tributo, mostra quale sia la reverenza con la quale viene trattato il nostro, autore di alcune delle più belle canzoni della musica rock…

  • 3 dischi da avere: Songs of Leonard Cohen, Songs From A Room, I’m Your Man.
  • 1 disco da avere per ultimo: Death Of A Ladies’Man.
SUZANNE
Leonard Cohen



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