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8 gennaio 2015

A SCUOLA DI ROCK 20 - MOODY BLUES

di Dario Cordovana



Dopo l’esplosione del fenomeno Beatles in Inghilterra erano tutti in pista. I giovani non avevano niente di meglio da fare che tentare la sorte anche loro, formando un gruppo e sperando che la dea bendata premiasse (quando c’era) il talento.
Tra quanti ci provarono i Moody Blues erano destinati a partire due volte. Nel 1965 arrivarono al successo con “Go now”, che come la maggior parte dei pezzi del loro repertorio, era una cover guidata dalla voce di Denny Laine. Quello che non cantava lui era in genere appannaggio del tastierista Mike Pinder. Completavano la formazione di questo gruppo che suonava del buon rhythm’n’blues il bassista Clint Warwick, il flautista Ray Thomas e il batterista Graeme Edge.
Dopo questa buona partenza e un album sotto l’egida della Decca, l’etichetta dei Rolling Stones, e che aveva rifiutato i Beatles, il gruppo si trovò in difficoltà a proseguire il discorso. Ci vollero due anni per un rimpasto (fuori Laine e Warwick, dentro la chitarra di Justin Hayward e il basso di John Lodge) che portò anche a una trasformazione musicale. L’impronta melodica data ai Moodies dai nuovi arrivati mal si sposava con il rhythm’n’blues fin qui eseguito e il sound del gruppo si modificò a tal punto che alla Decca venne un’idea: coniugare con il verbo rock la sinfonia del nuovo mondo di Dvorak in un album da registrare con un’orchestra.
Il gruppo non era tanto convinto, e con l’appoggio del loro produttore Tony Clarke, tenne solo l’idea del supporto orchestrale, con il quale registrare le loro nuove composizioni. Quando i responsabili della casa discografica sentirono composizioni del calibro di “Tuesday Afternoon” e soprattutto di “Nights In White Satin”, lasciarono fare, e quest’ultimo pezzo lanciò definitivamente i Moody Blues e il loro album “Days Of Future Passed”.
Non potendo permettersi di andare in tour con l’orchestra appresso, Mike Pinder si rifornì di un mellotron che doveva cercare di riprodurre quelle magiche atmosfere che li avevano portati al successo. Eravamo ormai nel 1968 e il nuovo album “In Search Of The Lost Chord”, più influenzato dall’India e dalla psichedelica, trainato dal pezzo “Ride My See-Saw”, fu un nuovo centro. La popolarità del gruppo continuò ad aumentare con gli ottimi “On The Threshold Of A Dream” e “To Our Children’s Children’s Children”, quest’ultimo il primo uscito con la loro etichetta discografica, la Threshold. A contribuire al successo anche le splendide copertine realizzate da Phil Travers.
Con “A Question Of Balance” il gruppo optò per degli arrangiamenti più semplici, che davano meno spazio al mellotron, ma a parte questo gli ingredienti rimasero invariati. I Moody Blues, in pratica, potevano permettersi di sfornare due album all’anno perché forti di cinque compositori di prim’ordine. In fondo ognuno di loro doveva solo scrivere quattro-cinque canzoni di buon livello all’anno …
Il gioco andò bene fino al 1972. Dopo l’album “Seventh Sojourn” i Moodies non ne potevano più di quei ritmi forsennati che li avevano portati a 7 album in 5 anni più relativi tour e si misero in pausa indefinitamente. Ne approfittarono per fare uscire degli album solisti (successo per il duo Blue Jays, alias Hayward e Lodge insieme), e nel 1977 un album dal vivo, “Caught Live + 5”, che presentava anche cinque brani inediti. Solo che il tutto risaliva alla fine degli anni sessanta e quindi non diceva nulla di buono sullo stato di salute del gruppo.
Poi, un anno dopo, i cinque si ritrovarono per incidere “Octave”. Era ormai il 1978 e gli anni non erano passati invano. Il mondo musicale era stato messo a soqquadro dal punk e i Moody Blues finirono nell’elenco dei dinosauri da abbattere con i loro eccessi. Per altro “Octave” non era all’altezza dei lavori precedenti e scivolava pericolosamente verso il soft-rock. Inoltre la ritrosia di Mike Pinder a ripartire in tour metteva in difficoltà un gruppo voglioso di rilancio. Lo scarsi crinito tastierista avrebbe voluto rimanere membro del gruppo per registrare gli album in studio, ma gli altri decisero altrimenti e lo sostituirono con lo svizzero ex-Yes Patrick Moraz.
L’album con il nuovo tastierista arrivò solo nel 1981, ma stavolta ne valse la pena: “Long Distance Voyager” fu un nuovo successo e riportò il gruppo nei piani alti delle classifiche. Ma fu l’ultimo sussulto che da allora vide progressivamente appannarsi la vena creativa dei suoi compositori. Oltre alla vena di Pinder (che Moraz rimpiazzò solo come esecutore), venne a mancare all’inizio del nuovo millennio anche l’apporto di Ray Thomas, e in pratica il peso delle composizioni ricadde solo sulle spalle ormai usurate di Hayward e Lodge. E tra concerti occasionali e cofanetti celebrativi ogni tanto si risente ancora parlare di chi, insieme ai King Crimson, aveva creato il cosiddetto rock romantico: i Moody Blues…

3 dischi da avere: In Search Of The Lost Chord, On The Threshold Of A Dream, To Our Children’s Children’s Children

1 disco da evitare: Keys Of The Kingdom


RIDE MY SEE-SAW
(Moody Blues)


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