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8 settembre 2016

A SCUOLA DI ROCK 29 - MIKE OLDFIELD

di Dario Cordovana



Inglese di Reading, Mike Oldfield comincia la sua carriera discografica giovanissimo, appena quindicenne, insieme alla sorella maggiore Sally nel duo acustico Sallyangie. Dopo questo poco fortunato apprendistato sessantottino e un ancor più breve sodalizio a nome Barefoot con il fratello Terry, il buon Mike, esauriti i fratelli a disposizione si fa le ossa suonando da turnista per campare. I frutti più interessanti si trovano nel gruppo The Whole World, che accompagna l’ex-Soft Machine Kevin Ayers. Mike parte da bassista e ne diventa chitarra solista, ma il lavoro di gruppo non fa per lui. Già sogna di registrare la sua musica ed è proprio Kevin Ayers a prestargli un registratore Revox per i suoi esperimenti.
Perché in effetti l’idea di Oldfield sa molto di sperimentale: registrare tramite sovraincisioni (all’epoca un campo pressoché vergine) le sue musiche suonando lui tutti gli strumenti. Il demo che riesce così a preparare consta di una lunga suite strumentale di una ventina di minuti che all’inizio incontra lo scetticismo dei discografici, e poi tramite l’entusiasmo di alcuni tecnici, arriva a Richard Branson, un intraprendente individuo che ha da poco fondato la Virgin, compagnia che vende dischi in Oxford Street a Londra, e, cosa ancor più importante per il nostro, possiede un nuovo studio di registrazione nella campagna inglese, chiamato The Manor.
Oldfield ottiene di poter registrare lì la sua suite che, diventata “Tubular Bells”, tiene a battesimo la neonata Virgin Records e arriva al numero due delle classifiche britanniche, rimanendovi per 264 settimane. Non basta, anche nella difficile America il disco sfonda, aiutato anche dal fatto di essere scelto per fare da colonna sonora al film del momento, “L’esorcista”.
Lo schivo Oldfield diventa il personaggio di cui tutti parlano, però rifiuta le offerte di portare in tour il suo grande successo, preferendo ritirarsi a comporre un’altra suite. Uscita un anno dopo, nel 1974, “Hergest Ridge” è un altro capolavoro, che di “Tubular Bells” mantiene la struttura, ma mostra una vena pastorale e, a fronte della straordinaria bellezza dei temi, una minore varietà di soluzioni. Conquisterà la vetta della classifica britannica, ma come da previsioni, venderà molto meno dell’opera prima.
Nel 1975 Oldfield cala il tris con “Ommadawn”, pienamente all’altezza delle due suite precedenti e forte di commistioni irlandesi e africane (nel 1975!). L’autore di cotanti capolavori è però in realtà una persona molto infelice, con un rapporto molto difficile con la gestione del successo e per tre anni, a parte qualche singolo divertente o natalizio, di lui si parla poco.
Il ritorno è nel 1978 con il doppio LP “Incantations”, molto interessante, anche se a tratti un po’ faticoso all’ascolto, che ospita Maddy Prior, cantante (!) degli Steeleye Span. A quel punto Mike però frequenta uno strano corso per migliorare la sua autostima che lo trasforma radicalmente.
Sul piano musicale il primo risultato è il singolo “Guilty”, dalle spiccate ritmiche disco, a cui fa seguito l’album “Platinum”, che abbandona parzialmente la forma suite e semplifica molto il linguaggio espressivo musicale. Un altro effetto del cambiamento è la decisione di portare in tour le sue musiche, cosa che produce un doppio album dal vivo, “Exposed”, già ai tempi di “Incantations”, e poi la formazione di un gruppo stabile, nel quale si mette in luce la cantante Maggie Reilly.
Dopo il buon “Q.E.2” e il più caotico “Five Miles Out”, l’album del 1983, “Crises” si presenta con una suite largamente strumentale che dà il titolo all’album, e cinque pezzi più brevi, quattro pop songs e un breve strumentale, tra cui due grandi successi come “Moonlight Shadow” e “Foreign Affair”, affidati alla voce della Reilly. Notevoli anche gli altri, “In High Places” con Jon Anderson degli Yes alla voce e “Shadow On The Wall” affidata all’ex-cantante dei Family, Roger Chapman.
Stessa formula per il successivo “Discovery” e altro successo per “To France”. La formula regge ancora per “Islands” del 1987, che però non produce altri hit singles e il musicista allora alla fine del decennio fa uscire due album estremi, l’opaco “Earth Moving”, composto di sole canzoni e l’estenuante “Amarok”, un unico pezzo strumentale della durata di un’ora. Il contratto con la Virgin si esaurisce con l’unico disco a nome Michael Oldfield, il brutto “Heaven’s Open”.
Firmato un nuovo contratto con la potente WEA, Mike torna alla ribalta con “Tubular Bells II”, un caso di clamoroso quasi-autoplagio. Eppure è di nuovo successo. Gli album seguenti, con frequenti puntate nella musica new age, sono raramente interessanti, dando le prove a chi sostiene che il musicista ha già detto quanto poteva dire. E forse anche lui stesso se ne rende conto, visti i continui riferimenti e rifacimenti che fanno capo a ciò che tutto fece partire, l’immortale “Tubular Bells”…

3 album da avere: Tubular Bells, Hergest Ridge, Ommadawn.

1 album da evitare: Heaven’s Open.

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