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16 febbraio 2017

A SCUOLA DI ROCK 32 - YES

di Dario Cordovana



Ah, il progressive rock, che roba strana. In Italia i gruppi si chiamavano Premiata Forneria Marconi, Banco del Mutuo Soccorso o persino Raccomandata con Ricevuta di Ritorno. In Inghilterra c’erano sì i Van der Graaf Generator, ma per fortuna c’erano anche gli Yes.
Nome breve, virato in positivo, ma che non tutti ricordano con affetto. Si formano quando gli anni sessanta stanno per dire ciao, e la gente non si accontenta più delle canzoni da tre minuti. Ad ogni modo quel che più conta è avere uno stile personale, e in quello sì che gli Yes si fanno ricordare, dal basso aggressivo e virtuoso di Chris Squire, alla batteria di estrazione jazz di Bill Bruford, al canto angelico di Jon Anderson (una voce maschile e femminile in un’unica ugola). A completare la formazione la chitarra di Peter Banks (sarà lui a suggerire il nome “Yes” al gruppo) e l’organo di Tony Kaye. Questa è la formazione che dà alle stampe su etichetta Atlantic il primo omonimo album nel 1969. Il gruppo non cela le sue influenze, dai Beatles (gli intramontabili Beatles, omaggiati nella cover di “Every Little Thing”), alla country-music americana (vedi la cover di “I See You” dei Byrds).
Il secondo album, “Time And A Word”, prevede la presenza dell’orchestra che appesantisce un po’ il suono del gruppo e crea il primo dissidio: il chitarrista Peter Banks viene allontanato a pochi concerti dalla conclusione di un tour. Verrà sostituito da un veterano della scena psichedelica, Steve Howe (ex-Tomorrow), il quale aumenta il tasso di virtuosismo e riconoscibilità nella musica degli Yes, a cui contribuisce anche il produttore e ingegnere del suono Eddie Offord.
E’ il momento del decollo: “The Yes Album” è già un disco maturo che vola alto nelle classifiche britanniche, con pezzi che sono già dei classici: “Yours Is No Disgrace”, “Your Move/All Good People” e “Starship Trooper” resteranno stabilmente in repertorio. “Clap” è invece uno strumentale di Howe che mostra il suo virtuosismo e il suo amore per certa musica americana. I pezzi tendono ad allungarsi e gli Yes hanno voglia di sperimentare. Tutti tranne Tony Kaye, che, abbarbicato al suo organo rifiuta di allargare i propri orizzonti includendo strumenti come il mellotron o il sintetizzatore.
Entra allora Rick Wakeman, tastierista degli Strawbs e richiestissimo session man (ha lavorato, tra gli altri con David Bowie, Cat Stevens e Al Stewart). Il tasso di virtuosismo in seno alla band aumenta ancora. A caratterizzare ancor più il gruppo, dall’album “Fragile” arrivano le copertine immaginifiche di Roger Dean. Il nuovo album si divide in idee collettive che sfornano nuovi classici (“Roundabout”, “Heart Of The Sunrise”, “Long Distance Runaround”) e una breve idea personale di ogni componente della band.
Il top della forma viene raggiunto nel 1972 con “Close To The Edge”, che presenta soli tre brani: quello omonimo dura quasi venti minuti, ma in fondo si tratta sempre di una forma canzone molto dilatata. “And You And I” e “Siberian Khatru” aggiungono altri due classici al repertorio. Nello stesso periodo gli Yes registrano una lunga cover di “America” di Paul Simon, che finisce in un’antologia della Atlantic.
In questo periodo il rock progressivo è al massimo della sua popolarità in Europa e gli Yes rivaleggiano con Emerson Lake and Palmer. A testimoniare l’ottimo stato di forma del gruppo c’è il triplo album live “Yessongs”, da cui viene anche ricavato un film. C’è però l’ennesima defezione: Bill Bruford, a corto di stimoli, abbandona gli Yes per i King Crimson. Il sostituto è Alan White, il batterista della celebre “Imagine” di John Lennon. Il suo stile è meno frastagliato del suo predecessore, ma il problema del nuovo doppio album “Tales From Topographic Oceans” non è certo il batterista. Il gruppo si fa prendere la mano dal gigantismo e le quattro suite, tutte intorno ai venti minuti, che lo compongono, presentano sì delle buone idee, ma stavolta quello che manca è il dono della sintesi. Anche Wakeman abbandona dichiarando: “Per suonare bene certa musica bisogna capirla: io “Tales” non l’ho mai capito”.
Il suo sostituto, lo svizzero Patrick Moraz, ha un background più legato al jazz, il cui influsso si nota, con moderazione, in “Relayer”, che torna alla formula di “Close To The Edge”. La suite “The Gates Of Delirium”mostra ancora degli Yes in evoluzione e in ottima forma, mentre i due brani del secondo lato (siamo ancora ai tempi del long-playing), risultano carenti di ispirazione.
A questo punto, attaccati anche dalla stampa specializzata, gli Yes si prendono una lunga pausa (per i tempi), in cui pubblicano degli album solisti. Il ritorno, nel 1977, con Wakeman di nuovo in formazione e una scena rock molto cambiata dall’avvento del punk, sarà con “Going For The One”, registrato in Svizzera, il cui pezzo più lungo dura “solo” 15 minuti. Si chiama “Awaken” e contribuisce al successo dell’album in un momento storicamente difficile.
Il successivo “Tormato” è invece un mezzo fallimento. I brani sono più brevi e più semplici, ma l’ispirazione spesso latita. Gli Yes sono stanchi. Quando tornano in studio registrano tre pezzi ma non funziona, Anderson e Wakeman abbandonano la formazione e tutto sembra finire lì.
Invece, colpo di scena, Howe, Squire e White trovano i sostituti nei componenti dei Buggles, freschi di successo con la hit “Video Killed The Radio Stars”. Nel 1980 esce “Drama” con risultati alterni: Trevor Horn fa il possibile, ma non è certo Jon Anderson (la cosa si avverte ancor più nei vecchi pezzi in repertorio proposti dal vivo), mentre Geoff Downes si integra meglio con le sue tastiere. Ma complessivamente la formazione mostra più di un limite e decide di sciogliersi.
Nei mesi successivi Chris Squire e Alan White si rimettono a provare insieme e coinvolgono nelle loro prove di un progetto che si dà il nome di “Cinema” il chitarrista Trevor Rabin e il vecchio tastierista Tony Kaye. Quando propongono il loro materiale a Jon Anderson, e lui accetta di cantarlo, la casa discografica li spinge a fare uscire il materiale (malgrado le proteste di Rabin) sotto la sigla Yes.
L’album “90125” e il relativo singolo “Owner Of A Lonely Heart”, rilanciano il gruppo con una musica più stringata, con qualche ricordo dei vecchi tempi. Dopo un successivo e meno fortunato album, “Big Generator”, Anderson si stufa del progetto e abbandona per mettere in piedi una formazione con Steve Howe, Rick Wakeman e Bill Bruford (con Tony Levin al basso), che di Yes ha tutto tranne il nome. Le due formazioni viaggiano brevemente in parallelo, poi si decide di unire le forze, nell’album “Union”. Si tratta di un compromesso di breve durata e che finisce per lasciare scontenti molti dei protagonisti.
Degli Yes si riparla nel 1994 con l’album “Talk”, ultimo sussulto della formazione con Trevor Rabin alla chitarra, poi la formazione più classica Anderson-Howe-Squire-White, con Rick Wakeman che entra ed esce dal gruppo, produce una serie di album che tornano al prog dei primi anni, ma senza la stessa ispirazione. Unica eccezione l’album “Magnification” del 2001, registrato senza un tastierista, ma con l’ausilio dell’orchestra, che merita di fare compagnia ai migliori album dei settanta. Purtroppo però i tempi sono cambiati e le vendite modeste. Gli Yes non andranno in studio per dieci anni, perché Jon Anderson non ne vede il motivo. Alla fine gli altri si stufano di aspettarlo e, complice anche un problema respiratorio del cantante, lo sostituiscono con Benoit David, che canta in una cover band degli Yes. Con lui e il ritrovato Geoff Downes alle tastiere (e Trevor Horn alla produzione), viene registrato il prescindibile “Fly From Here”. Incredibilmente la storia si ripete e anche David ha un problema respiratorio: il suo posto viene preso dall’americano Jon Davison che registra con il gruppo “Heaven and Earth”, con la produzione di Roy Thomas Baker che alleggerisce di molto il suono degli Yes. Il discreto successo di vendite viene seguito dalla riproposizione integrale in concerto di alcuni album capolavoro del passato, da “The Yes Album” a “Fragile”, a “Close To The Edge”, per finire con “Going For The One”. Purtroppo però nel maggio del 2015 Chris Squire deve abbandonare la formazione per una grave forma di leucemia (morirà il mese successivo). Gli Yes però sono duri a morire: il sostituto viene trovato subito nel vecchio collaboratore Billy Sherwood (continua)….

3 album da avere: The Yes Album, Close To The Edge, Going For The One.

1 album da evitare: Heaven and Earth.

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