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16 dicembre 2017

X FACTOR 2017

di Dario Cordovana



Torniamo ad occuparci di X Factor. L’edizione di quest’anno potrebbe rivelarsi una delle più interessanti nella storia di questo talent show. Tutti e quattro i finalisti infatti avevano ben ragione di essere lì a disputarsi il contratto con la Sony messo in palio dalla trasmissione e forse avere anche le carte in regola per restare nella memoria collettiva per un po’ di tempo. Cosa non riuscita a qualche vincitore delle passate edizioni, non ultimi quei Soul System, trionfatori lo scorso anno e ancora in attesa del grande successo un anno dopo.
Ha vinto Lorenzo Licitra da Ragusa, dotato di voce formidabile che ha sicuramente ben impressionato i telespettatori votanti. Assolutamente calzante la scelta di un brano dei Queen di Freddie Mercury, “Who Wants to Live Forever”, inserito nel medley che lo ha lanciato al confronto a due finale con i Maaneskin: uno dei due pupilli di Mara Maionchi sembra nato per eseguire le canzoni dei Queen e, se fossi in lui, io una telefonatina a Brian May la farei. Rispetto alle prime puntate Licitra è cresciuto molto anche come presenza scenica e francamente non si vede chi meglio di lui potrebbe eseguire dal vivo le canzoni di quel gruppo.
L’inedito da lui presentato confermava ancora una volta come il primo problema di molti di questi cantanti di X Factor è il fatto di essere solo interpreti e quindi sempre alla ricerca del pezzo adatto alle loro capacità vocali. Il pezzo sembrava in pieno stile anni novanta, una via di mezzo tra certe cose dei Coldplay e l’Eurovision Song Contest. Francamente dopo i trionfi del medley Licitra non è sembrato ben servito dai suoi autori.
Secondi si sono piazzati i Maaneskin, con grande delusione di chi li aveva dati per vincitori certi. A parte il fatto che sono sicuro che il contratto discografico lo strapperanno sia loro che gli altri finalisti, il gruppo-dal-nome-danese è una specie di miracolo in Italia. Trovare ragazzi con una età che va dai 16 ai 18 anni che si esprimono in modo così convincente sul palco, come chi ha grande consapevolezza dei propri mezzi espressivi ed è lì soprattutto per divertirsi non è cosa di tutti i giorni. Se poi ci mettiamo un cantante di personalità, un gruppo che gli sta dietro con grande efficacia, come se avesse anni di esperienza dietro le spalle, mi pare che si possa dire che questo gruppo ce lo dobbiamo tenere caro, perché vale tanto oro quanto pesa. E poi parliamoci chiaro, quando mai si poteva pensare che il loro tipo di rock potesse avere la meglio al rush finale basato solo sul televoto? Già sono arrivati a giocarsela e va benissimo così.
Terzo è arrivato Enrico Nigiotti, uno che già a Sanremo (giovani) c’è stato. E’ uno che la voce la sa usare molto bene e si trova anche a suo agio con le cover delle canzoni in lingua inglese. Quella di “Make You Feel My Love” di Bob Dylan ha oscurato tutte le altre. Manuel Agnelli in qualche modo gli ha fatto capire che deve osare di più seguendo questa strada, altrimenti nell’ambito del suo genere, quando fa musica italiana di stampo cantautorale, sarà sì molto bravo, ma a mio parere rischierebbe di diventare una specie di Gianluca Grignani dei poveri (il che è abbastanza grave, visto che lo stesso Grignani è in qualche modo un Vasco Rossi dei poveri).
Quarto posto per Samuel Storm, simpaticissimo nigeriano che ha dispensato sorrisi a destra e a manca che di falso avevano poco o nulla. Felicissimo di essere lì, con una storia tutta particolare da raccontare, dotato di una voce dal timbro bellissimo che apparentemente potrebbe cantare persino l’elenco del telefono, ma in realtà ha bisogno dei pezzi giusti per emergere. In finale si è notata una certa tendenza a strafare assolutamente non necessaria visto che, prima ancora della buonissima tecnica, il suo punto di forza è appunto proprio nel timbro vocale. Visto che tipo di voci black sono arrivate a Sanremo di recente Samuel Storm ha tutto il diritto di reclamare il suo posto tra i big.
Infine una notazione per i Ros che hanno mancato di un soffio la finale: gruppo guidato da una voce femminile, sullo stile di certo rock alternativo del nuovo millennio come Kills e Yeah Yeah Yeahs, hanno avuto l’unico difetto (non da poco nel loro genere) di una pronuncia inglese un po’ approssimativa. Meglio nei pezzi italiani. Auguriamo loro tanta fortuna.
L’ospite più coinvolto nella gara canora è stato James Arthur che per la verità, pur essendo abbastanza bravo, ha dato la sensazione che a un eventuale ballottaggio avrebbe avuto vita dura contro tutti e quattro i finalisti. D’altra parte viene anche lui da X Factor… quello inglese però. Sarebbe bello che il successo da lui ottenuto dopo la vittoria in quella manifestazione nel 2012 baciasse anche questi validi artisti. Noi glielo auguriamo.

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