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7 agosto 2018

A SCUOLA DI ROCK 36 - OASIS

di Dario Cordovana



Liverpool sarà diventata famosa in tutto il mondo a causa dei Beatles, ma Manchester ci ha dato i Joy Division e gli Smiths. Ah, e gli Oasis. Come i Kinks  (e Jesus and Mary Chain tanto per fare due esempi), gli Oasis erano guidati da due fratelli, Liam e Noel Gallagher che non andavano molto d’accordo tra di loro. Liam cantava e Noel scriveva i pezzi (e ne cantava alcuni). Liam il perfetto frontman, Noel l’autore di canzoni innamorato dei Beatles, ma capace di riscrivere sempre meglio la stessa canzone come facevano i Rolling Stones.
Gli inizi sono travolgenti: dopo aver strappato un contratto con la Creation, l’etichetta indipendente più prestigiosa dell’epoca, e dopo una serie di singoli fortunati che li avevano imposti all’attenzione delle riviste musicali britanniche, nel 1994 arriva il primo album, “Definitely Maybe”. Se avete voglia di pezzi pop energici e ben scritti, è ancora oggi il disco che fa per voi: “Supersonic”, “Live Forever”, “Rock’n’roll Star”, praticamente non ci sono cedimenti dal punto di vista compositivo. Il trend prosegue con il singolo “Whatever”, beatlesiano come mai e uscito per il Natale di quell’anno. Già dopo i primi tour sono emersi però i primi dissapori in seno alla band che porteranno all’espulsione dal gruppo del batterista Tony McCarroll, sostituito da Alan White, solo omonimo del batterista degli Yes.
Nel frattempo gli Oasis sono finiti nel grande filone del brit-pop, un genere che ha riportato il pop britannico in classifica grazie a gruppi come Blur, Pulp, Shed Seven, Ocean Colour Scene, Northern Uproar e tanti altri. Gli Oasis saranno alla fine quelli che venderanno di più. I media inglesi cercano di impostare il periodo su una gara tra loro e i Blur di Damon Albarn, e per un po’ le rispettive band, che non si vedono molto di buon occhio, seguono quella strada: i nuovi singoli dei due gruppi, “Some Might Say” degli Oasis e “Country House” dei Blur vengono pubblicati contemporaneamente: la lotta per il predominio delle charts sembra dare ragione ai Blur, ma tutto cambia quando vengono pubblicati i rispettivi album, con “(What’s the Story) Morning Glory?” degli Oasis che stravince il confronto con “The Great Escape” dei Blur grazie al successo di singoli che diventeranno immortali come “Wonderwall” (cantata da Liam) e “Don’t Look Back in Anger” (cantata da Noel). Nel 1996, all’apice del successo gli Oasis si esibiscono al Festival di Knebworth in Gran Bretagna per due sere di seguito davanti a 250.000 persone complessivamente, ma almeno 2 milioni e mezzo erano quelli che avevano fatto richiesta per i biglietti ed erano rimasti fuori.
L’anno seguente vede l’uscita dell’attesissimo terzo album, “Be Here Now”, le cui registrazioni si sono caratterizzate da un uso eccessivo di cocaina da parte dei membri del gruppo. L’album ha successo, ma non raggiunge nemmeno lontanamente le cifre di vendita del precedente. Contiene dei buoni brani, come l’iniziale “D’You Know What I Mean?”, ma un po’ troppo tirati per le lunghe.
Con il brit pop ormai in crisi, dopo l’ottima antologia di b-sides “The Masterplan” (all’interno anche un’intensa versione di “I Am The Walrus” dei Beatles), gli Oasis devono stare attenti a non sbagliare la mossa successiva. Colpiti dal doppio abbandono del chitarrista Paul Arthurs detto “Bonehead” e del bassista Paul McGuigan, gli Oasis li rimpiazzeranno con Gem Archer dagli Heavy Stereo e Andy Bell dai Ride.
Il nuovo album non sarà pronto prima del 2000: “Standing on the Shoulder of Giants”, con i suoi accenni alla psichedelia, è comunque un album più misurato, che contiene la prima canzone scritta da Liam (“Little James”) e che venderà meno dei precedenti.
La “democrazia” si espande ancor più nell’album successivo, “Heathen Chemistry”, che vede tutti i componenti, eccetto il batterista, dare il loro contributo dal punto di vista compositivo. Presente tra gli ospiti anche Johnny Marr, ex-Smiths. L’album è l’ultimo con il batterista Alan White, che lascerà la band all’inizio del 2004. Gli Oasis si serviranno di Zak Starkey, che contemporaneamente suona anche con gli Who, per rimpiazzarlo. Il figlio di Ringo non verrà però subito considerato un membro a tutti gli effetti e nel nuovo disco “Don’t Believe the Truth”, gli Oasis risultano essere in formazione a quattro. L’album è un ennesimo grande successo discografico, con “Lyla” scelta come primo singolo.
L’equilibrio in seno alla band è però sempre precario e dopo un ultimo album di grande successo (“Dig Out Your Soul” del 2008), un ennesimo litigio tra i fratelli Gallagher porterà Noel ad abbandonare il gruppo poco prima di un concerto.
Liam riunirà i resti degli Oasis (senza Starkey che aveva lasciato dopo l’ultimo album) e farà due album con loro a nome Beady Eye (buono il primo, debole il secondo). Noel fonderà gli High Flyin’ Birds, ma nessuno di loro riuscirà a ripetere il grande successo del gruppo madre. E se Noel non ne vuole ancora sapere, Liam ha dichiarato che se si trattasse di suonare con gli Oasis lo farebbe per cinque sterline…

Tre album da avere:
Definitely Maybe, (What’s the Story) Morning Glory, The Masterplan.

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