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9 marzo 2021

Sanremo 2021: Cosa succederà ora?

di Dario Cordovana



In un anno particolare come questo, anche l’opportunità di fare il Festival di Sanremo è stata molto discussa. C’erano tante persone nei social che dichiaravano che non lo avrebbero guardato, in segno di rispetto nei confronti di un mondo dello spettacolo messo in ginocchio dalle continue e prolungate chiusure dei teatri a causa della pandemia. Alcune di queste persone erano potenziali telespettatori del Festival, gente che, sia pur distrattamente, per anni lo aveva seguito. Bene, se uno di questi avesse pensato di fare una parziale eccezione alla sua decisione di non guardarlo e avesse, preso da un momento di insonnia, acceso il televisore su Rai Uno intorno all’una di notte, magari incuriosito di scoprire chi erano i magnifici tre che, come succede da anni, vengono scelti per giocarsi al televoto la vittoria finale, si sarebbe trovato davanti Michele Zarrillo, Paolo Vallesi e Riccardo Fogli e si sarebbe fatto una strana idea dell’edizione di quest’anno.

In realtà quei tre erano lì solo in qualità di ospiti in attesa che arrivasse il verdetto che alla fine avrebbe decretato l’inaspettata vittoria dei Maaneskin, con una canzone rock dal titolo “Zitti e buoni”. Il televoto ancora una volta si è espresso in modo imprevedibile: Ermal Meta con la sua bella canzone “Un milione di cose da dirti” era stato sempre in testa in classifica e a questo punto sembrava il favorito d’obbligo. Una canzone costruita in modo semplice ma che per Meta ha voluto dire una scrittura più misurata rispetto al solito. Fedez e Francesca Michielin, giunti secondi, sembravano a quel punto gli unici a poterlo contrastare. La loro canzone denotava una scrittura più banale, ma vista la popolarità dei due, le possibilità di vittoria c’erano. Invece sono saltati fuori i Maaneskin.

Ma il rock non era finito? Chi lo ascolta oggi se non vecchi nostalgici e pochi ragazzi che fanno gli alternativi perché cresciuti a pane e rock da qualche genitore?

Due anni fa vinse Mahmood e la sua vittoria destò molte perplessità e polemiche. Il grande favorito Ultimo, che arrivò secondo (scusate il bisticcio) era un compositore di tipo tradizionale, la sua era una ballata in stile Coldplay come ne abbiamo sentite e continuiamo a sentire al Festival (quest’anno Annalisa, Noemi, lo stesso Ermal Meta…): si basano su un inizio condotto immancabilmente dal pianoforte che prelude a una strofa cantata a bassa voce dal cantante di turno; il pezzo poi esplode nel ritornello cantato a voce piena (e qui si gioca la fortuna del brano), poi c’è una seconda strofa cantata un’ottava più alta della prima, che porta di nuovo al ritornello, poi l’orchestra ripete in genere il riff iniziale del pianoforte, ripresa del ritornello, ovazione finale.

Di contro anche Mahmood ha lasciato le sue tracce evidenti. L’esotismo arabeggiante che aveva lasciato interdetto il cultore della classicità nella canzone sanremese, ma era stato tanto apprezzato dalla critica specializzata, aveva finito poi per essere accettato anche dal grosso pubblico. Anche quest’anno questo tipo di influenza si è sentita nei brani di Madame, di Irama (presente solo con il filmato delle prove, causa quarantena dovuta alla positività al Covid riscontrata in un paio di membri del suo staff), di Gaia. Cosa succederà ora con la vittoria dei Maaneskin? Ci sarà una nutrita imbarcata di rockettari al Festival? Sarebbe davvero un fatto nuovo.

L’edizione di quest’anno ha ancora una volta cercato di rappresentare un ventaglio molto ampio di tendenze. C’è un ritorno della melodia anche d’altri tempi (Colapesce e Dimartino erano un concentrato di riferimenti per chi se li vuole andare a cercare, e forse anche per questo hanno avuto un grande successo e vinto il premio della critica, ma anche Bugo, i Coma Cose, lo splendido Fulminacci e naturalmente Orietta Berti che, con l’eccezione dell’edizione 1970, quella di “Tipitipitì”, brani stupidi al Festival non ne ha mai portati).

Rapper veri e propri non ce n’erano, ma Willie Peyote viene da quel mondo e il suo pezzo, “Mai dire mai (la locura)” era una critica anche, ma non solo, di quel mondo in cui “tutti ‘sti rapper c’hanno la band anche quando parlano l’autotune”. Poco interessanti invece lo scrittore Gio Evan, detto “lo spiaggiato” (un pezzo con le solite tre note contigue messe in fila) e i giovanissimi Fasma e Random (ancora una volta si aspettano le novità da giovani che sembrano ancora più conservatori dei vecchi).

Poi c’erano i veterani, alcuni dei quali per la verità più che a Sanremo sembravano essere in un qualunque show del sabato sera, come Lo Stato Sociale, che prima del Festival deve aver fatto un’indigestione di filmati di Elio e le Storie Tese, e Max Gazzé, che dopo la prima serata ha fatto fuori la sua band immaginaria chiamata “Trifluoperazina Monstery Band” (ma allora a quel punto dateci un po’ di Intima Psicotensione!) per una mezza riedizione del suo vecchio successo “Sotto casa”. In effetti non si dovrebbe autocitarsi in modo così palese, ma lui stesso ci assicura che “SI PUO’ FARE!”

Arisa e Malika Ayane sono tornate al Festival, ma per motivi diversi avevano brani non del tutto soddisfacenti, mentre Francesco Renga con un pezzo abbastanza complicato da cantare, non è stato certamente favorito dai problemi di resa sonora che si sono verificati in particolare durante la prima serata. Poi lui ha fatto il bis venerdì quando ha dovuto persino rieseguire la sua “Quando trovo te”.

Rappresentato in qualche modo il jazz da Ghemon (!) e il liscio dagli Extraliscio, c’era anche il rhythm and blues (un po’ annacquato in stile Simply Red) nel girone delle nuove proposte. Lo portava il siciliano Davide Shorty che è sembrato comunque uno dei più interessanti in quel gruppo insieme a Folcast e agli eliminati Avincola e Greta Zuccoli. Invece ha vinto Gaudiano, non in modo sorprendente. Ne sentiremo parlare?

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