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11 febbraio 2024

Sanremo 2024: qualcuno salvi Sanremo!

di Dario Cordovana


Da dove cominciamo? Direi dalla fine. Vince Angelina Mango con il 40 per cento delle preferenze davanti a Geolier che si ferma al 25. Terza Annalisa con il 17 per cento. Questa è la scritta che è comparsa in tv subito dopo la proclamazione della vincitrice. Subito dopo però ne è apparsa un’altra che indicava solo il risultato della votazione tramite il televoto: primo Geolier con il 60 per cento (!), seconda Angelina Mango con il 16 per cento. Gli altri tre cantanti, Ghali, Annalisa e Irama erano tutti più staccati, intorno all’8 per cento, poco più poco meno. Questo indica intanto che la lotta per la vittoria finale era ristretta ai primi due e che malgrado una votazione quasi plebiscitaria al televoto, il rapper Geolier è arrivato nettamente secondo, perché la radio e la sala stampa, delle quali al momento non si conoscono le percentuali, devono avere votato in massa per Angelina Mango. Oppure avranno votato in massa contro Geolier, che dopo la sorprendente vittoria nella serata che si continua a definire “dedicata alle cover”, era il favorito per la vittoria finale. Quale delle due ipotesi sarà vera? Vai a saperlo. L’istinto mi dice che la verità sta probabilmente in mezzo. Angelina infatti è stata anche premiata, oltre che dall’orchestra per la migliore composizione musicale, anche con il premio “Lucio Dalla” dato dalle radio Tv e dalla sala stampa.

La figlia di Pino Mango è riuscita in effetti a mettere d’accordo in qualche modo pubblico, sala stampa e radio, che erano le tre componenti che votavano, cosa non riuscita a Geolier, fenomeno delle classifiche di vendita e di visualizzazioni, che però probabilmente pesca solo (anche se parecchio), dal settore dei giovanissimi. Questi ultimi, fino a pochissimi anni fa, erano poco interessati al Festival, che per loro era magari una curiosità da seguire con i loro genitori, e per poco tempo, e dal quale si sentivano poco rappresentati. Adesso succede il fenomeno opposto, il quinto festival di Amadeus è pensato in gran parte per loro e gli adulti (di cui sicuramente fanno parte i componenti della sala stampa), cercano di appigliarsi a qualcuno che in qualche modo rappresenti, sia pure alla lontana la loro idea di musica.

Succede quindi che nella prima serata, in cui sono state presentate tutte e trenta le canzoni partecipanti quest’anno, e nella quale votava solo la sala stampa, la prima in classifica finisca per essere la veterana Loredana Berté, con un pezzo onestissimo e probabilmente anche un po’ autobiografico, intitolato “Pazza”, che aveva un arrangiamento così “moderno” da fare pensare a brani come (il primo che mi è venuto in mente) “E io ci sto” di Rino Gaetano.

La canzone di Loredana era però una delle pochissime eccezioni (con la sempre brava Fiorella Mannoia) in questo festival ormai consegnato ai giovanissimi, che sono quelli che muovono le classifiche. Le canzoni erano per lo più di due tipi: o la canzone-tormentone (manco fossimo alla vigilia dell’estate), con tanti esempi di artisti presentati come specializzati nel genere (vedi Fred De Palma) o come “artisti in grado di farci ballare”, oppure c’era la classica ballata in stile Coldplay che a Sanremo è ormai presente da diversi anni. Questo tipo di ballata si sviluppa spesso con delle regole precise: inizio condotto dal pianoforte che può anche essere suonato dal cantante in questione (vedi Mr.Rain) ma solo nella prima strofa, perché poi il cantante deve allontanarsi dallo strumento per farsi vedere dal pubblico; la prima strofa viene cantata a voce e tonalità piuttosto basse e conducono all’esplosione di voce nel ritornello. La seconda strofa differisce dalla prima perché il cantante la esegue un’ottava più alta. L’anno scorso questo tipo di ballata ha fatto la fortuna di Tananai, quest’anno ci ha provato Sangiovanni, con esiti di classifica sconfortanti per lui, il Mr.Rain-senza-bambini-al-seguito, e Gazzelle, la cui voce ricorda parecchio quella di Pupo o di Topo Gigio. Tra tutti questi prendo Diodato con la sua intensa “Ti muovi”.

I tormentoni sono stati tanti: diversi sono i cantanti che hanno preso il termine troppo alla lettera e hanno tormentato le orecchie dei poveri ascoltatori, ma siccome entriamo nell’ambito dei gusti personali mi fermo qui e ognuno farà le proprie considerazioni. La vera difficoltà è stata per loro distinguersi in modo da emergere dalla massa, perché è chiaro, in partenza erano tutti con un pedigree di centinaia di migliai, milioni, miliardi di visualizzazioni. Amadeus, nel presentarli non parlava d’altro. Succede che in qualche modo Annalisa arriva terza, il Tre dodicesimo, Clara ventiquattresima e Fred De Palma trentesimo. Probabilmente ci sarà una grande differenza a livello qualitativo tra queste quattro canzoni (ma avrei potuto aggiungere anche Big Mama, Rose Villain, Alfa, Mahmood, Geolier, Ghali, Bnkr 44, La Sad, Dargen D’Amico...persino i redivivi Ricchi e Poveri), ma francamente mi sfugge, la lascio agli esperti del genere. L’ultima parola spetterà alle classifiche.

Resta da parlare della cosa migliore del Festival che sono stati i co-conduttori: Lorella Cuccarini e Fiorello non sono sorprese perché hanno anni di esperienza nel settore, ma Marco Mengoni e Giorgia sono state scommesse ampiamente vinte, e hanno mostrato una sorprendente disinvoltura nel nuovo ruolo, mentre Teresa Mannino ha letteralmente rubato la scena e si è fatta subito adottare dal pubblico dell’Ariston con il suo umorismo spontaneo e i suoi monologhi profondi, ma sempre divertenti. Si dice che alla Rai stiano pensando di offrirle la conduzione di uno spettacolo tutto suo. Se lo meriterebbe.

Qualche parola sulla quarta serata: la continuano a chiamare “delle cover”, ma in realtà è solo un pasticcio senza identità. Se un cantante esegue un brano del suo repertorio non è una cover (vero Sangiovanni? Vero Renga-Nek?). Non è una serata “dei duetti”. Se un cantante si fa accompagnare da un’orchestra non è un duetto (vero Angelina Mango? Vero Dargen D’Amico?). Ma la cosa più contestabile è il fatto che il risultato di questa serata faccia media con quello della canzone presentata al Festival. Praticamente un incentivo per i cantanti a scegliere le soluzioni poù nazional-popolari e francamente meno interessanti. Ciò nonostante qualcosa di interessante si è visto, a cominciare dal commovente duetto tra il giovane Alfa e il prof Roberto Vecchioni. Il giovane rapper si mangiava il maestro con gli occhi e Vecchioni si era adottato il giovane Alfa come fosse stato un suo studente. Poi ancora la coppia Santi Francesi-Skin nella loro versione dell’insidiosa “Hallelujah” di Leonard Cohen, o anche la riproposizione di “Come è profondo il mare” che Mahmood ha presentato con i Tenores di Bitti come spalla di lusso.
Adesso quali sono le prospettive per il futuro? Amadeus ha rilanciato il Festival che grazie a una sapiente campagna pubblicitaria e ai risultati delle canzoni nelle classifiche, ha registrato anche quest’anno ascolti molto alti. Il problema è che questo è andato a discapito della varietà dei generi rappresentati, malgrado l’altissimo numero di canzoni ammesse (ben 30 in finale, nuovo record assoluto). Inoltre la qualità complessiva è sempre più orientata verso il basso, perché il pubblico, se non viene in qualche modo guidato, si orienta sempre verso le soluzioni più facili e che rischiano meno. Quando Mahmood vinse con “Soldi” non fu il pubblico a decretarne la vittoria, ma alla fine quella vittoria è servita per rinnovare il genere. Amadeus lascia il Festival in un buco nero, dal quale sarà difficile uscire. Chiunque verrà dopo di lui si dovrà confrontare con i suoi risultati in termini di ascolti e quindi puntare sulla qualità sarà molto difficile. Ma speriamo che ci si riesca, perché altrimenti la protagonista principale delle prossime edizioni rischia di essere soprattutto uno: la noia.

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