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6 luglio 2016

Brexit: «l’Isola che non c’è»

di Fra' Domenico Spatola



23 giugno 2016: giornata nera per l’Unione Europea. Non più 28 ma 27 gli Stati che la compongono. Il Regno Unito ha sbattuto la porta e ha lasciato. Al “referendum”, incauto, a nostro parere, come l’affido di una pistola carica a gente immatura, si è rivelata fatale: 52% furono gli elettori che hanno imposto “l’exit” della Gran Bretagna.
Si piange ora sul latte versato, mentre si farebbe obbligo ai politici di essere più lungimiranti nel prevenire e saper leggere le possibili conseguenze di ogni loro iniziativa. Ma non è stato così per Cameron, il quale, per problemi interni al suo partito e la sua rielezione, aveva indetto il referendum per “uscire” o “rimanere” in Europa. Incauta scelta nel momento più difficile che l’Europa sta fronteggiando in termini di economia e di immigrazione, con conseguente crisi per il lavoro sempre più difficile a trovare. Erano particolarmente interessate al voto le fasce più deboli della società, disoccupati e anziani, istigati dagli esagitati nostalgici dei “tempi passati” ansiosi di far rivivere il Commonwealth, e concorrere contro l’Unione Europea, con rigurgiti da “splendido isolamento” in non sopite rancorose, quanto secolari rivalità soprattutto contro la Germania e Francia.
La crisi economica del 2008 aveva reso ancora più tesi i rapporti all’interno dell’Unione, a fronte dell’ulteriore irrigidimento della Troika che ne guidava le sorti. Essa appariva più propensa a tutelare le banche, che erano all’origine del disastro, anziché, con iniezioni di fiducia nei mercati e nell’imprenditoria spingere gli Stati a favorire le aziende e gli imprenditori alla crescita.
L’austerità imposte da Bruxelles è sembrata e, in molti casi lo è stata, la causa della crisi perdurante di disoccupazione per milioni di lavoratori. Finanzieri e banchieri hanno cavalcato la crisi a proprio beneficio lasciando sulla soglia della povertà più di centomilioni di europei, a fronte dei cinquecentomilioni di cittadini dell’intero Continente. Al disastro sociale ed economico si è aggiunta la guerra “infinita” del Medio Oriente, da dove i profughi, costretti a fuggire sotto le bombe dell’Isis e del fuoco amico, si aggiungono alle centinaia di migliaia di esuli provenienti dalla Libia e dall’intera Africa, diventata “terra di affamati e dei senza tetto” in cerca “legittima” di un futuro di pace anche per i loro figli. I morti in mare sono ormai all’ordine del giorno da non fare più commuovere, anzi in alcuni si ingenera un desiderio disumano, più o meno espresso, che possano fare tutti la stessa fine.
Gli Stati dell’Unione europea, richiesti di partecipare alla distribuzione nel territorio degli esuli, non hanno brillato per ospitalità, e alcuni hanno innalzato mura e filo spinato. Lo stesso “Trattato di Schengen” per la libera circolazione dei cittadini europei è stata messa in discussione, perché ogni Stato dell’Unione rivoleva il controllo dei propri confini.
La Turchia, che preme per entrare a far parte dell’Unione, presenta lati oscuri di insincerità. Nonostante i miliardi di euro elargiti dall’Europa per trattenere in maniera dignitosa i profughi della guerra siriana, essa ha finanziato l’Isis contro le minoranze curde e sciite, le storiche avversarie da eliminare.
La guerra dunque sembra fatalmente accettata dall’Occidente, egoisticamente più centrato sui propri interessi economici, anziché sulla pace. La produzione delle armi, come prima voce del PIL dei Paesi industrializzati e la loro vendita a quelle Nazioni dove infuria la guerra, ne è la riprova.
La rotta del Mediterraneo verso l’Europa è dunque l’unica via di fuga per sopravvivere, e lo sanno bene i contrabbandieri che chiedono esose cifre ai clandestini, per poi lasciarli allo sbando in mare aperto, suggerendo magari di lanciare il SOS nella speranza che qualcuno se ne accorga e li venga a prelevare. Spesso ciò non arriva neppure, con le conseguenze che sono la “notizia” macabra di tutti i giorni.
La “vecchia” Europa tende a chiudersi ai disperati e ai propri rimorsi di coscienza, giustificando e legittimando scelte che possono essere catalogate come “disumane”. La tentazione a rifugiarsi nei propri confini nazionalistici diventa pressante, e sono già in parecchi a lasciarsene sedurre. La tecnica del “gambero” a ritroso sui richiami della Storia, diventa patologica e virale per il contagio che ne consegue. In un mondo, che per la tecnologia, ha scoperto la interdipendenza da apparire l’intero pianeta un “villaggio globale”, il chiudersi a riccio è anacronistico e soprattutto insensato.
Ai giovani già appare stretta l’Europa, potendo in poche ore fare il giro della Terra, e in tempo reale conoscere ciò che si svolge negli angoli più lontani del mondo. Perciò appare ancora più “drammatico” l’esito di un referendum di cui dovrebbero vergognarsi soprattutto quanti ne hanno proposto l’uscita. I figli non perdoneranno ai padri di avere tolto loro l’opportunità di una casa più grande, per l’intesa dei Popoli, “affratellati” e sognanti un mondo libero, come recita “l’Inno alla gioia” di Beethoven, scelto per celebrare l’Unione. Si avvera quanto sembrava un paradosso: “il battito d’ali di una farfalla in Brasile, fa scatenare un uragano nell’Oceano Pacifico”.
A fine guerra (1939-1945), Churchill disse a De Gaulle: «Qualunque cittadino del Regno britannico, se costretto a scegliere tra il Mare aperto e l’Europa, sceglierà sempre il mare aperto». Il “Mare” è il sogno: come lo spazio infinito per la mente che non basterà un referendum a circoscrivere in confini, che sarebbero solo asfissianti, in un mondo resosi ormai anch’ esso piccolo e che ci spinge a proiettarci verso l’ infinito.

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