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3 settembre 2009

FORZA PALERMO

di Andrea Basso Sr.



Non mi dire che  la partita non ti piace  perché non ci credo.

    Ma tu, che la partita non ti piace, ci sei mai andato allo stadio? No?
E allora come fai a dire che non ti piace, se la partita non l’hai mai vista?

    L’hai vista alla TV e non ti piace. E va bene. Anzi va male. Perché dalla TV ti può mai arrivare il sapore dei golli? E quando il Palermo segna e magari vince pure,
specie se al novantatreesimo, che capita, tu con chi ti abbracci?  Con la TV?        
    L’altra volta mi sono trovato abbracciato con Armando che, a parte il gol, mi fa anche un po’ schifo, e non solo per motivi ormonali, ma pure perché mi pare un poco ‘ngrasciatu. Ma per un gol si fa questo ed altro. Pazienza.

    Certo, puoi dirmi tu,“Perché? Non ti potevi abbracciare con la Valentina?” Che sarebbe certamente molto meglio, e anche senza il gol. Ma come faccio?, che è seduta tre posti più in la?  Chiedo “Permesso ?” Che il tempo non  ce l’hai, e la trovi già abbracciata con il suo vicino, che per lei, onestamente, e pure meglio. E’ molto tascio, questo è pure vero, ma la sua carta d’identità e meno sciupata della mia.

    Sent’a mia, non la vedere la partita in TV, che non t’arriva nessuna emozione.
Vedila solo quando il Palermo gioca fuori casa, che è meglio di niente.

    E poi, se non vai allo stadio, non ti possono arrivare in testa nemmeno le scorcie delle noccioline americane, che l’armadio che è seduto dietro ti butta nervosamente in testa, come se fosse la cosa più normale del mondo.

    E i ghiaccioli volanti dove li metti? Io sono convinto che esista, da qualche parte,  una “Scuola Superiore per Esperti Ghiacciolari”, finanziata dalla FIGC. Altrimenti come potrebbero fare a farti arrivare in mano la loro mercanzia, lanciata da quattro file sotto, o sopra,  e ad  acchiapparsi gli euro che tu gli tiri a comegghè? In questo, dimostrano, indubbiamente, una professionalità eccezionale.

    Capisco che allo stadio, quando il Palermo perde, anche  la bile  la fai in diretta. Ma tant’è. Bisogna accettare tutto.

    Vedi, la iuta allo stadio avviene seguendo un rito ben preciso.

    Si comincia con la vestizione, che avviene secondo canoni ben precisi.

    1) Affacciarsi al balcone per vedere che tempo fa. Non fidarsi mai delle previsioni meteorologiche della TV,  perché tanto sbagliano sempre e sei rovinato.

    2) Se il tempo è decisamente bello o decisamente brutto, mettersi la divisa di conseguenza, anche se dalle nostre parti questo succede raramente.

    3) Nel caso contrario, vestirsi prudentemente a doppio uso: berretto di tela con visiera per il sole, e berretto di lana in tasca; maglietta maniche corte con sopra maglione che ti puoi prontamente sfilare, appena incomincia u cavuru; jeans pesanti doppio uso; giacca a vento con cappuccio incorporato per pioggia, e sciarpa. Il tutto, s’intende,  rigorosamente in rosanero, a scanso di prendere vastunati.

    4) Tessera e abbonamento  alla mano, per  passare controllo e tornello.Una taliata verso il Monte Pellegrino, con pensiero rivolto alla Santuzza, e che Dio ce la mandi buona. “E oggi vinciemu sicuru.”

    Se, al posto tuo, ci deve andare tuo nipote, ricordati di fare il cambio nominativo.  Sarà ridicolo quanto vuoi, ma,  in mancanza, non lo fanno entrare.

    Certo, un po’ di anni fa, le cose erano più semplici. Arrivavi allo stadio con  figli e nipoti? Nessun problema. Uno entrava con te e gli altri glie li affidavi temporaneamente ai tifosi  che non ne avevano. Che ogni adulto poteva fare entrare un ragazzino. Non so ora se per concessione della Società o per prassi adottata dagli addetti alle porte. “Chi fa, u fa trasiri lei u picciriddu, o si siddia?” Risposta scontata: “Ma chi sta ddiciennu? Ci pienzu iu. Ca puoi, è puru  accussì bieddu!” E  se li prendevano  subito per mano, facendoci pure la loro bella figura. Anche perché  i picciriddi erano tutti bieddi. Come, del resto,  anche ora.

    Il Monte Pellegrino a portata di mano, poi, è  una grande comodità che non puoi trovare in nessun altro stadio del mondo. Chi ce l’ha un monte collocato dentro la città? E, per giunta, con la Santa Protettrice  sopra?

    Da noi lo stadio è stato sempre lì, cento metri più o meno.. E badate bene che non si tratta di un fatto casuale, ma esistono precisi motivi etnoreligiosi. Quel posto pare che sia stato consigliato sapientemente da Sua Eminenza Reverendissima del tempo, che, evidentemente,  se ne intendeva oltre che di cielo, pure  di terra.
    
    A cominciare dal vecchio Ranchibile, con le tribune in legno, continuando con quello che è rimasto ingabbiato in quello attuale, quando fu ampliato, in occasione di “Italia 90”,  e che allora si chiamava “ La Motta”,  nome di un altro benemerito presidente. Ma noi sempre  “La Favorita” lo chiamavamo, come del resto facciamo anche ora, con  tutto il rispetto dovuto a Renzo Barbera. Però penso che faccia piacere a tutti i tifosi, andando allo stadio, leggere il nome del Presidentissimo, scritto così grande e così in alto, come  giustamente merita.

    Di questo stadio, negli anni quaranta, esistevano soltanto la “Tribuna Coperta” e la ”Gradinata”, mentre, al posto delle due curve, c’era il “Prato”. Che non era un prato erboso, ma c’erano due montarozzi di terra riportata di proposito, affinchè gli spettatori potessero avere una visuale migliore.

    Con lo stadio collocato in quel posto, quando le cose si mettono male, che capita, ti viene facile chiedere alla Santuzza che, attraverso i suoi canali preferenziali, possa ottenere un risultato a noi più favorevole. Anche se non sempre funziona. Uno giura che una volta che stavamo perdendo malamente, e chiedemmo l’intervento superiore, si sentì chiaramente, fra un tuono e l’altro, una voce che, in maniera molto decisa, diceva: ”Rosalia, tu fatti a Santa ca  iu mi fazzu u Patreternu, e sacciu ‘nzoccu fazzu.” E, quell’anno, finì che finimmo in B. Ma chissà cosa c’era sotto. Che non funzionò neanche il raddoppio dei coppi di sale, che, prima dell’inizio della partita, buttavamo, copiosamente e senza badare a spese, sul campo, per scacciare gli spiriti maligni.

    Ma, ora mi chiedo io, dove è andata a finire questa vecchia usanza? A parte tutto, anche se pure  non sempre funzionasse, lasciava i tifosi polentoni con gli occhi sbarrati, in quanto non sapevano che,  mentre per loro  il sale era genere di monopolio e costava  molto, per noi non era così, e un coppo di sale costava un soldo. Grazie al Governo dello Stato Unitario, che ci aveva lasciato questo privilegio borbonico. Bontà sua.

    Non si potrebbe ripristinare questa particolare usanza? Certamente, i dirigenti della Società capirebbero  che, se pure il sale brucia  qualche metro quadrato di manto erboso, vicino agli angoli del campo, a fine partita, si può sempre procedere facilmente ad impiantare nuovi quadrati di erba.

    Io dico che ne varrebbe la pena.

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