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3 maggio 2011

LA QUINDICINA

di Andrea Basso Sr.



Ci dovevi andare dopo le undici. Prima era tempo perso, perché non ti facevano salire. Ti dicevano, dalla tromba delle scale, che allora il citofono non c’era: “ Non si può salire, c’è u dutturi.” I controlli sanitari, bisogna dire la verità, li facevano, ogni mattina, e certamente era una cosa buona. Mentre oggi se li fanno  di loro iniziativa, ma nessuno può sapere quando ciò avvenga.
    Nella sala d’ingresso, a pianterreno, faceva bella vista un grande cartello con su scritto “Armi e bastoni in portineria”, in base ad una precisa disposizione di polizia.
    Salite le scale, dallo spioncino, dovevi esibire la carta  di identità, per  dimostrare di avere compiuto 18 anni, che era la maggiore età per queste cose, mentre per andare a votare ce ne volevano 21. Evidentemente, si riteneva che  per la politica fosse necessaria una maggiore maturità mentale. E la rabbia che mi faceva venire un mio amico! Aveva 17 anni e mezzo, ma siccome era allievo carabiniere, vedendolo con quella divisa, gli dicevano subito: “Prego, si accomodi”, senza dovere esibire i documenti.
    Ti facevano accomodare in un salottino dove cinque o sei ragazze, in abiti più o meno succinti, mettevano in mostra ciò che avevano di meglio. La legge economica era quella applicata da qualsiasi bottegaio, che ben sa che se la merce non si espone bene non si vende.
     E quando, in sala d’attesa, chiedevano a tutti, con molta cortesia, di spostarsi in una saletta  attigua, era segno che stava per arrivare qualche persona molto nota in città, e che  preferiva non essere visto dagli altri avventori. Questione di  “privasi”, che si rivelava quasi sempre inutile,  dato che subito qualcuno ti diceva, all’orecchio, chi era l’incognito personaggio arrivato.
    E,  fino a questo punto, potevi solo guardare.
    Un cartello, posto in bella evidenza, infatti, così recitava: “Avviso della casa di tolleranza - Ai Signori Clienti è vietato molestare  le signorine, prima di avere pagato la marchetta”. E chi non si atteneva a questa regola veniva subito espulso, senza che venisse estratto il cartellino rosso, come si usa nel calcio. E quindi dovevi deciderti: o pagavi oppure te ne stavi con le braccia conserte e dopo un poco te ne andavi. Che spesso non c’era una lira in tasca. E la signora , che con la sua esperienza lo capiva ben presto,  ti invitava a cambiare aria per lasciare posto agli altri, dato che più di un certo numero di persone non era consentito che fossero presenti.
    Un esemplare del cartello di cui sopra, di recente, l’ho visto esposto, come cimelio,  in un ristorante alla moda, in una zona centrale di questa nostra Felicissima Città. Ed è così che mi sono affiorati certi ricordi.
    La marchetta non era altro che un gettone, tipo quelli che si vedono sui tavoli dei casinò. Te la davano alla cassa, a dimostrazione del prezzo pagato, e dovevi consegnarla alla ragazza  prescelta. Che poi, a fine giornata, si faceva i conti con la signora, in base al numero delle marchette raccolte. Era così che funzionava la baracca.
     E quando cambiava la quindicina, dato che le ragazze si soffermavano in una  stessa casa soltanto per due settimane e dopo cambiavano città, si spargeva subito la voce, nell’ambiente dei cultori di certe cose, che si facevano subito il cosiddetto  “giro dei sepolcri“, per rendersi conto delle novità degli ultimi arrivi in città.
    Lo spettacolo aveva inizio alla Stazione Centrale, dove quelle sante donne, scese dal treno, si mettevano in carrozza, con i loro caratteristici bagagli, che le qualificavano subito, all’occhio dell’intenditore. E poi erano inconfondibili, con il loro portamento ed il loro abbigliamento appariscente, che di certo non si potevano confondere con delle caste collegiali.
    E quando, per la strada, si incontrava una donna che si portava i propri bagagli appresso, operazione che di solito viene fatta da un uomo,  si soleva dire: “E chi canciò a quinnicina?” Ma era solo una battutaccia, perché si vedeva subito che la signora non apparteneva a quella pia casta.
    Le case in cui si svolgeva questa attività erano le “Case di tolleranza”, dette comunemente “Case chiuse“, in quanto dalle loro finestre e balconi era vietato affacciarsi, e gli infissi  erano appunto chiusi con catene e lucchetti . E volgarmente erano dette “Casini”, almeno dalle nostre parti.
    Un tipo caratteristico ed immancabile di queste case era “u spisaiolu”. Era  innocuo, per antonomasia, per cui le ragazze potevano stare sicure di non essere molestate da lui. Lo si vedeva arrivare la mattina carico di borse della spesa , avendo le funzioni specifiche del cameriere tutto fare. Pensava infatti anche per cucinare, fare le pulizie, e per tutte le altre incombenze della casa. E quest’appellativo si appioppava, scherzosamente , ad un uomo, quando  lo si  vedeva per strada, carico di pacchi della spesa: “Mi pari u spisaiolu ri……..”

    Di recente, ho sentito che sono stati presi provvedimenti restrittivi per le ragazze che esercitano a cielo aperto, ma non per quelle che frequentano le ville di personaggi di alto borgo. E non si è tenuto presente che non tutti possono permettersi il lusso di sganciare 10.000 euro a botta, come i lavoratori, o  peggio ancora , i disoccupati, gli studenti, i militari.

    In seguito, le case chiuse,  con apposita legge fatta nel 1958, furono riaperte. E la senatrice proponente, quando questa sua proposta venne approvata, disse, raggiante di  felicità, che era stato fatto un balzo verso la luce.
    Ed era vero.

    Però, a pensarci bene, che tempi, ragazzi!!!!

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LA QUINDICINA
 

 

Caro Andrea,
ti ringrazio per questo tuo lucido, vivo, anche se troppo conciso ricordo, che fornisce alla mia generazione un altro piccolo ma prezioso tassello di quel puzzle di cui quelli della mia età (i neosessatenni)conosciamo alcuni, troppo pochi, pezzi, carpiti dalle conversazioni avidamente ascoltate, quando eravamo ragazzi, negli anni '60. Nel mio caso, li ascoltavo con attenzione mentre ero dal parrucchiere, attingendoli da una schiera di laudatores temporis acti, tutti ammaccati dagli anni e inveenti contro la sadica Merlin e i pavidi deputati e senatori che non l’avevano contrastata. Le case chiuse sapevamo cos’erano e dov’erano: nella mia zona di Milano una era in via F. Ferruccio, quasi all'angolo con C.so Sempione e subito prima del mio liceo, il Beccaria), ma quelle finestre chiuse sbarravano anche l'accesso a un passato magico, vicinissimo e insieme irrimediabilmente perduto. Di sicuro io e, molti dei miei amici saremmo stati degli affezionati clienti, senza mancare alcuna quindicina, quattrini permettendo. La mia principale fonte di conoscenza, finora, è stato il parrucchiere titolare di un negozio in una traversa di piazza Cordusio, negli anni '80. Ma era tale il suo struggimento, che uscivo dalla sua elegante bottega sì coi capelli a posto, ma anche con una malinconia che mi lasciava solo dopo un po'. Infatti ero ormai più che trentenne, mio padre (probabilmente cliente fisso, da scapolo) non c'era già più in questo mondo e in aggiunta leggevo la Recherche di Proust... Finii per non andarci più, da quel parrucchiere, che poi si trasferì non so dove. In mezzo, negli anni ’70 c’era stato il film di Fellini, “Roma”, visto e rivisto nei decenni che si sono susseguiti, trasmettendo l’uno all’altro quell’alone di incertezza che in me si rinnova ancor oggi quando accompagno la mia dolce metà a gironzolare per le vie di Brera. Ogni volta, arrivati in via Fiori Chiari e via Fiori Scuri, le dico: “lì c’erano i casini”, e lei mi risponde annoiata ma non infastidita: “me l’hai già detto non so quante volte!”. Grazie Andrea: alla prossima passeggiata a Brera, arrivato in quell’incrocio mi verrà in mente anche il tuo bello scritto.

Sandro

07/05/2011 22:50:39


 
 

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