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13 novembre 2014

L'AMERICANI SO' FORTI

di Andrea Basso Sr.



Così diceva Alberto Sordi, in un suo film dove metteva in risalto  la ventata di nuovo che giunse in Italia, con l’arrivo degli americani, che conquistò facilmente noi giovani di allora.

    L’Albertone nazionale, in quel film, mangiava tutta roba americana, ma alla fine, non sapeva resistere dall’abbuffarsi con un bel piatto di maccheroni al pomodoro, da mezzo chilo, tipicamente nostrale.

    Ebbero subito facile preda su di noi ragazzi il Bughi-bughi, un ballo sfrenato, che non aveva niente a che fare con i ritmi a cui eravamo abituati. Scoprimmo poi la “Rapsodia in blu”, composta da George Gershwin nel 1924, e le altre sue belle musiche, nonché quelle di Cole  Porter, con lo splendido “Night and day”, e degli altri compositori americani, a noi fino allora sconosciuti, in quanto il regime del tempo  non  li faceva arrivare.

    Gershwin se ne era già andato, nel 1937, a raggiungere i suoi antenati. Ma,  durante la sua permanenza a Parigi, aveva chiesto a Ravel di impartirgli  lezioni di composizione.  Ravel, che pure lui di musica se ne intendeva, si rifiutò, dicendogli che rischiava di diventare un Ravel di seconda mano, mentre era già un Gershwin di prim’ordine. E durante questa sua permanenza europea, compose, nel 1928, “Un americano a Parigi”, che si rivelò poi uno dei suoi maggiori successi.

    La musica Jazz ci entrò subito nel sangue, e si formarono subito le prime band musicali, che incominciavano ad esibirsi, per la gioia di noi ragazzi.

    La domenica mattina, in una sala da the, annessa al Bar Moka, in via Ruggiero Settimo, cominciarono a fare le loro Jam Session complessi formati da giovani talenti locali, fra i quali  Enzo Randisi, mio compagno di scuola, al pianoforte,  e che diventò poi un famoso vibrafonista, esibendosi in concerti in tutto il mondo, unitamente ai  migliori  jazzisti  del tempo. Ricordo anche Tony Carini alla batteria e tanti altri promettenti musicisti.

    E li vicino, all’inizio di Via Liberta, aprì la Biblioteca Americana, che era gestita dall’USIS - United States Infomation Service - istituzione che aveva  lo scopo principale di abituarci alla democrazia.

    Questa biblioteca, per noi abituati alle nostre, fu una grande novità, in quanto, oltre a poterti scegliere un libro dagli scaffali ed andarti a sedere per leggerlo comodamente, se lo trovavi interessante, riempiendo un semplice modulo ed esibendo un documento, te lo potevi portare a casa e riportarglielo a fine lettura.

    Nello stesso locale, era allestita una importante mostra fotografica, sempre aggiornata con le ultime novità in campo mondiale. Certo, oggi sembra poca cosa, ma allora, che non c’era la televisione, rappresentava un grande mezzo di informazione.

    E’ troppo logico pensare che gli americani ci facessero vedere solo quello che conveniva a loro. Ma era sempre un gran servizio.

    Gli americani ci portarono anche i films western, da noi subito ribattezzati “Forti e trarituri”, con John Waine e Gary Cooper, nonché tutti i films delle battaglie della marina americana, dove vincevano sempre loro.

    Questi films li andavamo a vederli all’Arena Scout.

    Si chiamava così perché sorgeva in un piazzale dove prima facevamo i saggi ginnici, quando veniva il federale, ed era annesso ai locali del Gruppo Rionale Fascista, che gli americani, non appena arrivati, sequestrarono ed assegnarono al Reparto dei Boy Scouts, allora ricostituito, e che occupò facilmente gli spazi vuoti lasciati dai balilla.

    Noi non facemmo mai parte degli Scouts, che ci sembravano un po’ bacchettoni, ed anche perché ci ricordavano le divise e gli inquadramenti imposti dal passato regime. E poi preferivamo organizzarci le gite e gli accampamenti per conto nostro, senza che altri dovessero decidere per noi.

    Ma una volta, che dovevamo andare a farci un accampamento, ci facemmo prestare dai Boy Scouts le tende canadesi, che poi dimenticammo di restituirgli. Tanto loro erano foraggiati generosamente dagli americani, ed in questo modo anche noi fruivamo di questi benefici che pensavamo ci spettassero di diritto.

    I soldati americani avevano sempre le tasche piene di dollari che non sapevano come spendere prima e meglio.

    Un mio amico,  molto intraprendente, la mattina si preparava un buon numero di uova dure e glie le andava a sbolognare ai soldati americani che facevano la guardia attorno alla caserma “Generale Euclide Turba”, che si trovava nella omonima piazza, e dove ancora si trova. E di queste uova, di cui evidentemente i soldati yankees andavano ghiotti, una parte se le barattava contro chewingum e sigarette, ed altre contro dollari.

    Gli americani ostentavano una certa ricchezza, che traspariva dal loro tenore di vita, molto più alto del nostro, che tra l’altro uscivamo da una guerra disastrosa.

    Nel giardino annesso alla Villa Tasca, dove ora sorge l’omonimo rione, c’era un accampamento di soldati americani. E li dietro avevano formato una discarica, in cui buttavano i loro rifiuti, e dove i polli allo spiedo si perdevano, per la gioia di tanti ragazzi indigenti.

    Teniamo presente che era il tempo in cui i polli, dalle nostre parti, venivano ancora chiamati galletti e gli si tirava il collo per la festa dell’Assunta.

    Tante parole, usate nella parlata degli americani, cominciarono anche da noi ad entrare nell’uso comune, come faceva Alberto Sordi nel suo film, dove parlava tutto americanizzato.    

    Ed a tavola, se qualcuno voleva passata la bottiglia del vino, potevi sentirti dire, scherzosamente “Ghivimiami u vinu” .

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Sempre simpatico e caratteristico nei tuoi racconti di vita vissuta. Come sai ho stampato tutte le tue storie che hai pubblicato finora, ma rileggerle in buona parte sul tuo libro ha un fascino particolare. Un abbraccio

Maurizio

28/11/2014 22:47:25


Grazie Andrea, grazie ancora per questi interessantissimi tuoi ricordi che ci doni e ci arricchiscono. Si impromono spontaneamente nella mia memoria, per la loro freschezza e puntualità.
Continua a donarceli!

Sandro

27/11/2014 00:19:52


tutto quello che racconti in questo ricordo d'infanzia sul passaggio degli americani in Sicilia, mi ha fatto venire in mente mio padre. Quand'ero
bambino mi raccontava tante storie da lui vissute
a stretto contatto con gli americani in quel periodo. Io rimanevo affascinato dai quei racconti e sognavo di poter un giorno andare in America per conoscere questo popolo che nella mia fantasia era un popolo di eroi perchè ci aveva liberato dalla dittatura.
Ciao Zio, ti leggo sempre con affetto

tuo nipote Luigi

Luigi

23/11/2014 21:59:10


 
 

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