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9 giugno 2008

10 giugno 1940

di Andrea Basso Sr.



Quello che stava per cominciare era un giorno particolare per me: mi dovevo fare la prima comunione insieme a mio fratello, di qualche anno più grande di me, che ha dovuto aspettare che io crescessi in modo che fosse possibile applicare la vecchia formula “Prendi due e paghi uno”, che permetteva ai miei genitori di dimezzare la spesa per confetti e gelati. Come si vede, i moderni esperti di marketing non hanno inventato niente di nuovo.
La mamma, di buon mattino, ci ‘mpupò secondo i rigorosi canoni di allora:
camicia bianca, pantaloni bianchi lunghi (allora mettersi i pantaloni lunghi aveva un preciso significato: eri diventato “grande”), fiocco bianco al braccio sinistro e giglio in mano.
Ci avviammo tutta la famiglia verso la chiesa dei Cappuccini dove entrammo solennemente. Per quel giorno io e mio fratello tralasciammo di dire all’angelo che sta a sinistra della navata centrale “Ancilu, scinni ca palla ca iucamu”, e così ci risparmiammo anche lo scappellotto che mamma domenicalmente ci rifilava, dicendoci decisamente ma sottovoce”zittitivi e viritivi a Missa”. Che allora, del resto, la Messa si vedeva, in quanto, detta in latino, non se ne capiva un bel niente. Ma, sempre a mani giunte, lanciammo al nostro amico Angelo uno sguardo, e ci sembrò di vedergli in viso un’espressione mista tra il triste e l’offeso. Ma la domenica successiva si rallegrò.
Celebrava padre Illuminato, che ricordo con lo sguardo severo, ma sempre molto disponibile e affettuoso, specie con i bambini. Tutto si svolse secondo copione.
Venne il pomeriggio. Unitamente ad una trentina di cuginetti, che allora abbondavano in quanto le zie si davano da fare, attendevamo la divisione dei confetti e dei gelati, forniti dalla Pasticceria Excelsior di Silvio Lo Piccolo, in Corso Calatafimi, considerata la migliore del rione, unitamente a quella di Miragliotti, in via Pindemonte, che ancora resistono.
Ma non sapevamo che il Duce, giusto allora, doveva parlare agli Italiani per comunicazioni urgenti ed indifferibili, che per lui, evidentemente, erano più importanti dei nostri gelati, che intanto cominciavano inesorabilmente a squagliarsi (i frigoriferi ancora non si conoscevano).
I “grandi” stavano appiccicati all’unica radio esistente nello stabile in attesa del discorso. Ed il tempo passava e noi fremevamo. Dopo cercarono di spiegarci che era il giorno delle decisioni irrevocabili e che praticamente, in quattro e quattro otto, dovevamo spezzare le reni all’Inghilterra.
Noi non ci capimmo più di tanto, e comunque ci mangiammo i confetti e ci bevemmo quello che era rimasto dei gelati.
Per la verità, che non doveva essere una buona annata, s’era capito dall’inizio.
A Gennaio c’era stato il terremoto: tantu scantu e, per fortuna, niente danni. Però, un carabiniere in congedo, uscendo dall’arco di Porta Nuova, si beccò in testa una palla di marmo che si era staccata dai fregi che sovrastano i mori della porta suddetta, eretta ad onore e vanto delle vittoriose imprese africane di Carlo V. Più sfortunati di così si muore. E infatti ci morì. Fu l’unica vittima di quel dannato terremoto. Pace all’anima sua. Amen.
E poi era pure morta la nonna, di morte naturale, tragico evento, che da sempre, rappresenta per i bambini la prima presa di coscienza della caducità della vita.
E incominciarono i primi bombardamenti. La sera venivano gli aerei inglesi e francesi e bersagliavano gli obbiettivi bellici precedentemente scelti con cura: il porto, le caserme (ad una noi ci abitavamo accanto), le batterie antiaeree, ecc. Ma spesso le bombe cadevano unnegghé causando morti, feriti e distruzioni.
Il Duce, a dire il vero, con bollettini di guerra giornalieri, ci teneva informati sulle grandi vittorie riportate su tutti i fronti e che ormai era cosa fatta.
Ma Giuseppe Schiera, poeta popolare palermitano, nella sua grande e colta ignoranza, aveva capito tutto: “U Duci nni cunnuci contro u palu ri la luci”, cantava nelle piazza, oppure “Ri iornu manca u pani e a sira vennu l’aeroplani”. E qui l’arrestavano per disfattismo.
E un bel giorno la guerra finì come finì.
E mi iscrissero alla prima ginnasiale, scansandomi gli esami di licenza elementare e quelli di ammissione, che per quell’anno, a causa degli eventi bellici erano stati aboliti.
Come si vede, in tutte le cose c’è un lato positivo. Bisogna saperlo cogliere

La dichiarazione di guerra del 10 giugno 1940


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10 giugno 1940
 

 

Dovuta precisazione.......ovviamente il racconto non è nuovo ma l'ho visionato sul sito solo oggi. A latere avevo già letto la storia sul libro ma mi è sembrato giusto lasciare traccia della mia lettura

Maurizio

11/11/2018 18:06:45


Solo oggi mi accorgo della pubblicazione del tuo nuovo racconto (finalmente) e non posso che rileggere tra le righe, quanto mamma fino a pochi mesi or sono ci raccontava e ripeteva a tavola durante i vari pranzi domenicali, rimarcando con le sue parole quanto pesanti, duri e dannosi erano stati i bombardamenti su Palermo. Non potendo purtroppo più risentire ora tali racconti, mi ha fatto particolare piacere riviverli oggi in questa storia, anche perché narrata da una persona a me molto cara e sempre presente, così come il fratello menzionato nella comunione. Grazie zio

Maurizio

11/11/2018 17:50:54


Questa efficace pagina di vita vissuta richiama
alla mente ricordi che hannolasciato il segno in
una bambina che all'epoca aveva quasi otto anni.
Non avevo ancora compiuto 8anni quel pomeriggioche,mano nella mano di mia nonna tornavo a casa dopo aver fatto delle spese.
La mia attenzione fu subito attratta da capannelli di persone (soprattutto uomini) che
con aria ansiosa e attenta si affollavano intorno
ad altoparlanti che diffondevano con voce perentoria "le decisioni irrevocabili"che dovevano
spezzare le reni alla "perfida Albione"
L'indomani di buon mattino,si presentò nel
cielo della città un aereo francese e noi subito
scendemmo in giardino ad osservare le sue evoluzioni ,non avendo "Ricoveri" nelle vicinanze.
Dopo qualche giorno iniziarono i veri bombardamenti,improvvisi,di giorno e di notte che
duravano anche delle ore....pesantissimi.
Decidemmo quindi di cambiare casa,e ci trasferimmo in un palazzo dotato di rifugio,che oggi sarebbe semplicemente un garage sotto il
palazzo.Per noi bambine ,mia sorella di 4 e io di 8
-i miei fratelli sarebbero nati dopo-scendere al
"ricovero" di giorno o di notte era un'occasione per incontrare e giocare conaltri bambini del palazzo,ed esorcizzare la paura delle bombe sempre più fragorose.Non c'era notte che non
dovessimo scendere nel buio delle scale,a volte
l'allarme suonava dopo che le bombe già avevano
cominciato a squassare l'aria in modo spaventoso.Palemo perse gran parte della sua
bella città e gran parte dei suoi cittadini,fino alla
tragedia del bombardamento del 9 maggio 1943
I miei genitori,esauriti e stanchi,temendo ulteriori
drammi e sbarchi di "nemici", cercarono con mezzi
di fortuna di raggiungere i nostri parenti nella nostra città di origine :Napoli.
E così ci trovammo a Napoli nel 1944...ma questa è un'altra storia !

maria

13/06/2008 23:41:47


Finalmente, per la prima volta, ho un riscontro alla storia raccontatami da mia mamma tanto tempo fa, sul carabiniere morto a seguito del distacco della "palla" da Porta Nuova. E' passato tanto di quel tempo che mi ero quasi convinto si trattasse di un mio difetto di memoria.

Luigi

11/06/2008 11:53:01


Dimenticavo:un nuovo grande acquisto per iquattrofissa!.......con rispetto parlando.....

Mingo

11/06/2008 07:17:25


Un piccolo grande affresco di quel giorno di 68 anni fa.

Mingo

11/06/2008 06:42:13


Ricordo di avere letto che i bombardamenti di Palermo furono, con quelli di Dresda, tra i più intensi della guerra; molte famiglie sfollarono nei paesi e i racconti dei nonni e dei padri suppliscono a quello che i libri di storia non dicono

Angelo

10/06/2008 13:40:26


 
 

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