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29 ottobre 2010

La funzione de “Il giovane Ciarla” nel quadro della letteratura critica sulla poetica ciarliana

di Leopoldo B.


Il titolo dell’articolo allude alla svolta che la monografia di un non più giovane critico milanese impresse a suo tempo nel variegato e contrastato dibattito ciarliano, ravvisando l’influenza decisiva del sommo Marius Marenco su Carlo Ciarla. Questi ebbe la fortuna di conoscere il sognante e celeberrimo Marius nell’occasione di una sua conferenza a Palermo. Il giovinetto era alle sue prime prove poetiche, mentre il Maestro, invero, aveva già iniziato la sua parabola discendente. Il fatto è a tutti noto, perché occupò a lungo la pagina culturale del “Sicilia”. Il nostro audace giovane raggiunse il grande Marius mentre questi con andatura svagata e molle, assorto o forse semiassopito come al suo solito, si lasciava alle spalle la sala delle conferenze e, sbadigliando e sbagliando direzione, si stava dirigendo alla portafinestra che dava sulla scala antincendio. Detto per inciso, la costruzione di questa si era interrotta un lustro addietro mentre era arrivata al secondo piano, e qui si era al quinto…). Senza avvisarlo dello sbaglio, per il timore reverenziale di non contraddire l’augusto vate, il Ciarla gli si parò di fronte e proferì senza indugi la sua lirica preferita. Marius Marenco si fermò, ascoltò e poi proferì le lapidarie parole, che cambiarono la vita del Nostro: “Giovanotto, Lei ha stoffa da vendere! Vadi [sic!] avanti così”. I numerosi critici che osservarono la scena furono impressionati dall’evento, e iniziò la contesa letteraria che per anni ha contrassegnato la vita intellettuale della città, imprimendo laceranti contrapposizioni anche nelle Facoltà di Lettere e di Magistero dell’Ateneo panormita, ove alcuni di costoro insegnavano. In sintesi, si formarono due partiti, pur frastagliati e divisi al loro interno. Il primo, di impronta spiritualista e metafisicheggiante, ravvisava in quel ‘vadi’ l’intuizione folgorante, al limite della chiaroveggenza, dell’influenza profonda che la Scapigliatura milanese avrebbe esercitato nel quarto dei sette periodi concordemente attribuiti all’itinerario ciarliano. Il secondo partito, che raccoglieva i critici di area marxista, scorgeva in quello stesso ‘vadi’ una ironica e velata stroncatura, temperata dall’indicazione positiva contenuta nella risposta del vate: l’indicazione dei fiorenti sbocchi che allora si presentavano a chi avesse intrapreso il commercio delle stoffe in Polentonia. Va detto che vi fu anche una voce isolata in quel dibattito, che però non ebbe seguito. Un oscuro commentatore, costretto a lasciare poi l’Isola non avendo trovato alcuna collocazione nell’ambito della critica letteraria siciliana, aveva preso visione delle pagelle scolastiche del Marenco, concludendo che i numerosi 3 e 4 in Italiano potevano suggerire l’ipotesi di una sorprendente ignoranza grammaticale del pur grande Marius, senza dunque bisogno di cercare altri reconditi significati in quella risposta.Tuttavia l’articolo dello sconosciuto critico non produsse alcuna svolta, perché nel frattempo un altro studioso milanese aveva dato alle stampe la sua terza, ampia quanto fitta, monografia, intitolata “Il giovane Ciarla”. La tesi di fondo è presto detta: tutta la poetica ciarliana sgorgava da quell’incontro e dalla crisi che tosto ne seguì: una crisi da cui si originò nell’immediato la seconda fase dell’itinerario del Nostro, ma che conteneva in nuce le ulteriori cinque. Il titolo dell’importante monografia conteneva un raffinato tributo al grande Lukács, autore de “Il giovane Hegel”, scritto nella sua matura fase materialista, ma invero amato dal milanese per i suoi scritti letterari giovanili, di ispirazione romantica (segnatamente “L’anima e le forme”, senza però ignorare la componente romantica ancora presente in “Storia e coscienza di classe”). Invero, il critico milanese non confidava molto nel successo del suo libro: era ormai la sua terza opera, e le prime due avevano venduto, rispettivamente, otto e sei copie. Il piccolo editore che aveva deciso di stamparlo, già in preda del ‘cupio dissolvi’ che portò poi alla sua rovina finanziaria, confidava in una ragionevole previsione di venderne quattro copie, che fece arrivare in altrettante librerie periferiche del capoluogo lombardo. Ma l’autore, temendo che in effetti non se ne sarebbe venduta neppure una, le comprò tutte e quattro. Invece una segnalazione sul Corriere determinò un inatteso interesse, e l’immediata immissione delle copie accatastate nel fondo del magazzino si rivelò un successo di vendita. Non solo: proprio grazie a quel saggio il critico vinse la cattedra nell’ateneo panormita, che ancora detiene, lasciandosi alle spalle, in quello milanese in cui finora aveva insegnato, un unanime commento, rimasto invariato negli anni: “MA CHI GLIELO HA FATTO FARE?!”. A esso fece da controcanto la nomea di “megafissa” che presto gli fu apposta nell’università siciliana in cui prese servizio. Ma questa è un’altra storia.


Mario Marenco recita:
L'AZIENDA


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A distanza di qualche anno lo confesso: Leopoldo B. (italianizzazione di Leopold Bloom, il protagoniste dell'Ulisse di Joyce), sono io.

Sandro Mancini

12/12/2013 23:32:55


 
 

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